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Le bici nelle città italiane hanno ruote che girano a fatica

Muoversi usando i pedali resta un’impresa e il confronto con l’estero è impietoso

Prima, non si sa esattamente in che anno, ha inventato la ruota; moltissimo tempo dopo ha costruito la bicicletta. L’uomo, a volte, è capace di colpi di genio che lascerebbero ben sperare nell’impresa di semplificarsi la vita in questo mondo e, volendo, rendersela anche piacevole. Il problema è che, almeno in Italia, poi si perde letteralmente per strada. In particolare in quelle delle nostre città, molte ancora più a misura di carrozza che di Suv e nelle quali continua inesorabile a circolare (per modo di dire visto che la velocità media non supera mai i 20 km all’ora) un parco auto che fa invidia al mondo intero: avevamo 501 vetture per abitante nel 1991, oggi ne abbiamo 600. Ci superano solo Usa (760), Lussemburgo (659), Malesia (640) e Australia (610). Ma è nel confronto tra le città dove stacchiamo tutti alla grande: a New York ci sono 27 auto ogni 100 abitanti, a Londra 36, a Parigi 45. Roma, caput mundi: 76 ogni 100, come si legge in un rapporto di Legambiente, elaborato con dati Aci, Istat e quelli delle motorizzazioni dei Paesi stranieri. Milano, per far posto alle 800 mila vetture che ogni giorno arrivano in città, sacrifica, metro più metro meno, l’equivalente di 2.250 campi di calcio. Hai voglia poi a trovare spazio alle piste ciclabili.

LE CICLABILI NON BASTANO – Pierfrancesco Maran, assessore al Traffico e mobilità del Comune di Milano, ha detto di volerci provare e ha annunciato che, oltre ai 75 km di piste già finanziate dalla Moratti, la sua giunta ne ha messe in preventivo altri 100: «Il problema non è però affrontabile soltanto con l’estensione delle piste ciclabili, che restano uno strumento indispensabile, a patto che si snodino effettivamente sui percorsi utili. Bisogna riconvertire l’intera mobilità urbana: è riuscita a farlo Londra, ora dobbiamo provarci anche noi. Per far girare più bici, oltre alle piste dedicate, bisogna fare anche molto altro, ma prima di tutto ridurre il numero delle auto e, con il nuovo Ecopass, contiamo di abbassarlo subito del 20% in centro, e del 5% fuori. Poi ridurre ulteriormente, almeno in alcune aree, i limiti di velocità delle vetture, in modo da rendere meno pericolosa la coesistenza con le bici, e ovviamente potenziare il trasporto pubblico». Se non fossimo soffocati dallo smog cittadino che, alla fine, probabilmente ottunde anche il cervello, si capirebbe che la bici non va vista solo come un “dovere” per abbattere traffico e polveri sottili: potrebbe essere anche un piacere. Lo dice bene David Byrne, nei suoi Diari della bicicletta: «Questo punto di vista, più veloce del camminare, più lento del treno, è diventato la mia finestra panoramica sul mondo». Da noi resta sprangata e l’orizzonte, anche quello personale, ne risente: pedalare e meditare viaggiano spesso in tandem.

GLI ALTRI POPOLI SUI PEDALI – L’Italia sembrerebbe un Paese disposto a pigiare sui pedali: da noi ci sono circa 30 milioni di biciclette, contro i 35 milioni di auto. Il problema è che restano nelle cantine per buona parte della settimana. Quelli che, secondo uno studio di Ipr, le usano almeno 3-4 volte alla settimana sono solo il 9%, mentre quelli che salgono in sella durante il weekend diventano il 25%, a riprova che affrontare il traffico dei giorni feriali resta un’impresa che compie solo una minoranza di spericolati. Ma che l’«anticavallo», come Gianni Brera aveva battezzato la bicicletta, meriti di trovare più spazio nelle nostre strade lo evidenziano i risultati di un sondaggio Isfort che mostra come gli italiani, a determinate condizioni, inizierebbero a pedalare molto volentieri: il 26,3% lo farebbe a patto di poter disporre di una vera rete di percorsi ciclabili che attraversa le città; il 15,6% se ci fosse meno traffico e quindi una maggiore sicurezza per la viabilità ciclistica; un 13,7% se fosse meno scomodo a causa delle lunghe distanze da percorrere. Nel resto d’Europa le due ruote girano diversamente, anche in Paesi con climi ben più ostili del nostro: in Olanda il 27% degli spostamenti urbani viene effettuato in bicicletta, in Danimarca il 18%, in Svezia il 12,6%. Mediamente in Europa il 9,45% dei tragitti è realizzato in bicicletta. L’Italia ha le ruote sgonfie, con un modesto 3,8% (dati Eurovelo e Isfort). Vienna e Monaco hanno più piste ciclabili di tutte quelle dei nostri Comuni messi insieme. In Danimarca ogni giorno ogni abitante percorre 2,6 km in bici, in Olanda 2,3. In Italia non ci si spinge oltre i 400 metri.

MOTORI SEMPRE ACCESI – Non tutto però dipende dall’indiscutibile accidia della maggioranza delle pubbliche amministrazioni locali nelle scelte di viabiltà urbana, giunte fino all’ottusità di ostinarsi a costruire parcheggi a rotazione in punti ben serviti dai mezzi pubblici, incentivando così l’uso dell’auto invece che scoraggiarlo. È però anche una questione culturale: una buona parte del Paese non vuole rinunciare all’auto anche quando potrebbe. Ogni giorno si effettuano 5 milioni di spostamenti in auto solo per accompagnare a scuola i figli, sebbene l’86% delle famiglie abiti a non più di un quarto d’ora a piedi da asilo, elementari, medie o superiori (in Gran Bretagna il programmabike it per la promozione della bicicletta come mezzo per raggiungere la scuola ha fatto salire in un solo anno il numero degli studenti che si spostano in bici dal 10% al 27%). Sempre nel nostro Paese gli spostamenti motorizzati nel raggio di 2 chilometri sono il 30,8% e in oltre il 50% dei casi una macchina non percorre tragitti superiori ai 5 chilometri. Su queste distanze le biciclette sarebbero assolutamente concorrenziali e, volendo, anche un paio di buone scarpe. Ma gli italiani amano accendere il motore, anche per muoversi a passo d’uomo, e il vecchio slogan «con Api si vola» suona veramente beffardo se si guardano i volti stanchi, malsani o truci, a seconda dei casi, degli automobilisti immobilizzati in coda: quasi sempre soli, molti con telefonino all’orecchio e qualcuno, sempre più spesso, pronto a farsi largo nel traffico a colpi di cric.

QUALCOSA SI MUOVE – Eppur si muove qualcosa anche nelle nostre città: da anni c’è una significativa inversione di tendenza. In 10 anni, dal 1995 al 2005, secondo una ricerca firmata dall’Agenzia per la mobilità e l’ambiente, gli spostamenti giornalieri in bici a Milano sono saliti da 53 mila a oltre 132 mila, con un incremento superiore al 150%. E in questi ultimi sei anni, grazie anche all’effetto dell’Ecopass, questa curva non ha smesso di salire. Esempi virtuosi, quasi sempre in centri medi o piccoli, non mancano: a Reggio Emilia, per esempio, ci sono 34,8 metri ciclabili per abitante, a Modena 28,3 e a Mantova 27,8. Altri mondi, vivibili, e dai quali cercare di imparare qualcosa, rispetto a quelli di Roma e Milano dove, invece, i metri «pedalabili» per abitante sono rispettivamente 2,5 e 1,7. In Italia la strada (ciclabile) da fare è dunque ancora molto lunga, ma non bisogna perdersi d’animo visto che, come ha ricordato lo scrittore inglese Herbert G. Welles, «ogni volta che vedo un adulto in bicicletta penso che per la razza umana ci sia ancora speranza». E a dare credito a questo auspicio c’è David Hertlihy, storico di Harvard, autore di un monumentale volume sulla storia delle due ruote a pedali, convinto che «finché uomini e donne continueranno ad avere le gambe, continueranno a esistere le biciclette». Forse anche in Italia, Suv permettendo.

Fonte: www.corriere.it

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