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Londra – Addio strisce pedonali. “Ormai sono trappole”

Londra le abbandona, non saranno più dipinte: negli ultimi cinque anni sono svanite o sono state sostituite oltre mille “zebra crossing”. E in Italia record di incidenti

IL WWF non si scomodi: non sarà una tragedia l’estinzione delle zebre. Non le rimpiangeremo. Le strisce pedonali hanno fallito, ci hanno tradito, non sono state le amiche del pedone, la sua corazza a prova di paraurti, come avevano promesso. A qualcuno spiacerà, nasceranno comitati a difesa, come quello che a Berlino salvò l’Ampelmann, il buffo omino col cappello dei semafori dell’ex Ddr. Ma “bisogna prendere decisioni razionali, non nostalgiche” ha dichiarato il responsabile della sicurezza stradale di Sua Maestà Britannica, annunciando che il paese che inventò le strisce pedonali esattamente sessant’anni fa ha appena deciso di lasciarle morire di consunzione, non ridipingendole più: negli ultimi cinque anni oltre mille zebra crossing sono già svanite o sostituite da semafori, dossi, lampeggianti e avvisi sonori. “Nel giro di pochi anni saranno estinte quasi ovunque”.
Non fiori, ma riflessioni sulla spietata legge del contrappasso: uno strumento a difesa dell’utente debole della strada s’è trasformato in una trappola letale. Tra le vittime appiedate della strada, una su tre credeva di essere al sicuro sulla passerella di rettangoli bianchi, che si è rivelata invece una corsia di bowling. Qualche anno fa una ricerca del governo neozelandese dimostrò che un passaggio pedonale aumenta il rischio di investimento del 28 per cento rispetto all’attraversamento selvaggio, proprio perché illude il pedone di essere protetto.
Ma questo, ad essere onesti, lo sapeva già sir Isaac Leslie Hore-Belisha, ministro dei Trasporti britannico negli anni Trenta, primo paladino della debole pedestrian class: lui pensò di segnalare gli attraversamenti con qualcosa di più visibile: lampeggianti luminosi arancioni montati su pali a strisce. Ma i commercianti protestarono per quel bagliore che disturbava le loro vetrine, e qualcuno pretese che i Belisha signs interferissero con le onde radio. Così, negli anni successivi, si passò a misure più soft. Il primo attraversamento a strisce autorizzato dal codice fu inaugurato il 31 ottobre del 1951 a Slough, nel Berkshire. Costava poco, e all’inizio sembrò funzionare benissimo: gli incidenti diminuirono. Le geniali “zebre” furono esportate e divennero un’icona familiare del paesaggio urbano in mezzo pianeta. Nel tempo sono diventate oggetto di esibizione politica (il sindaco leghista di Dosolo le dipinse di verde padano), spazio ideale per flash-mob bloccatraffico, soggetto per fotografi d’avanguardia (Willaim Klein ci immaginò una sfilata di moda op-art con modelle in abiti a strisce), scena di performance artistiche, insomma uno spazio multiuso. Erano ancora una novità quando, nel 1969, i Beatles si fecero fotografare in fila indiana mentre le calpestavano (Paul a piedi nudi) attraversando Abbey Road, per la copertina del disco omonimo. Queste strisce pop, amate dai turisti come il Tower Bridge, saranno forse le uniche al mondo a sopravvivere: il British Heritage le ha vincolate come monumento nazionale di classe II. Per tutte le altre non baciate dalla fama non c’è scampo. Non funzionano più. Peggio: sono letali. Gli automobilisti tendono a ignorarle. Soprattutto in Italia. Una recente ricerca di Eurotest ci classificava come il secondo paese ammazza-pedoni-sulle-strisce, secondo solo alla Norvegia e quasi sei volte più dell’Olanda.
Volete l’ultimo bollettino delle vittime della guerra d’asfalto? Dueville di Vicenza, 2 novembre, invalido ottantenne. Calalzo di Cadore, 5 novembre, ragazzina quindicenne. Grugliasco di Torino, 2 novembre, pensionato. Sant’Agata Bolognese, 25 ottobre, pensionata. Milano, 19 ottobre, casalinga. “Chi rispetta le regole si fida, chi non le rispetta li uccide”, sintetizzò Beppe Grillo in occasione di una di queste mattanze. Anche se la Cassazione ha stabilito che perfino il pedone più distratto e incauto ha sempre ragione quando poggia i piedi sulla corsia bianca e nera, il sistema è così infido che l’Associazione svizzera dei pedoni ha prodotto una guida per l’uso delle zebre di una ventina di pagine, il cui succo è: non fidatevi mai. 
E la ragione del fallimento è chiara. Le strisce non sono state davvero inventate per proteggere i pedoni, bensì per toglierli dai piedi, anzi dalle ruote, per relegarli in un recinto, per evitare che rallentassero il traffico motorizzato sempre più aggressivo, prepotente, privilegiato. Il vero messaggio che le strisce comunicano al guidatore non è “il pedone ha la precedenza”, bensì “la strada è tua, il pedone è un intruso”. Le strisce non sono la corazza, sono il ghetto dell’appiedato, e non lo tutelano. In Italia, dove muoiono quasi due pedoni al giorno, il differenziale di rischio tra strisce e fuori è di appena uno a tre. 
Per questo l’Inghilterra le condanna a morte. E cambia zoologia di riferimento: addio zebre, tornano i panda crossing (segnalati da lampeggianti e dossi), oppure i pelican crossing (semafori pedonali a richiesta), o ancora i puffin crossing (semafori automatizzati e “intelligenti”). Ma questo conferma ancora di più la morale che si diceva: sulla strada il pedone è ospite sgradito, deve chiedere permesso. Dall’altra parte della Manica si è tentata invece una strada opposta, apparentemente folle. Si chiama Woonerf, termine intraducibile. Significa: via tutto, strisce, cartelli, semafori, cordoli, rialzi. In seimila città e paesini dell’Olanda tutta la strada è un marciapiede, i pedoni hanno la precedenza ovunque, gli ospiti a malapena tollerati sono i motori: sono le auto a dover chiedere permesso. E gli incidenti crollano. Ma in Italia l’abolizione di ogni “salvagente” non sarebbe un letale lasciapassare a pneumatico selvaggio? Un mese fa monsignor Vincenzo D’Arrigo, parroco dell’Annunziata a Messina, stufo di vedere i suoi fedeli rischiare la vita per andare a messa, se le è dipinte da solo davanti al sagrato, le sue sante zebre, forse ispirato da Isaia, 43: “Se dovrai attraversare le acque sarò con te, se dovrai passare in mezzo al fuoco non ti scotterai…”

Fonte: www.repubblica.it

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