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I bambini della scuola dell’infanzia e il traffico: conduciamoli per mano!

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Per introdurre al traffico i bambini fin da piccoli è necessario intraprendere un percorso teso alla promozione dell’educazione stradale fin dalle scuole dell’infanzia. Così facendo è però doveroso tener presente che “il bambino non è un piccolo adulto” e, soprattutto, che il suo processo di sviluppo è particolarmente condizionato sia dall’aspetto cognitivo che emotivo (profondamente diversi da quelli dei ragazzi, degli adulti, e, anche dei bambini dai sei anni in su). Questo comporta una continua riflessione da parte del formatore rispetto all’esposizione dei contenuti, che necessariamente dovranno strutturarsi tenendo conto dei principi base della pedagogia e psicologia dello sviluppo.

 

E’ bene infatti non basare gli incontri su semplici illustrazione di oggetti e/o su un’innumerevole serie di regole e di comportamenti idonei da adottare, sia pur trasferiti in modo “fiabesco”: il bambino va accompagnato al tema, aiutato nella comprensione di significati e comportamenti da adottare rispetto al suo ruolo in strada. Per educarlo serve partire con pochi ma chiari concetti. Del resto, anche il solo attraversamento pedonale può essere per lui di difficile comprensione e la sua particolareggiata spiegazione, a questa età, potrebbe persino ritenersi secondaria. Un bambino a tre anni non deve infatti imparare ad attraversare da solo la strada perché questa è un’azione troppo pericolosa, ma deve innanzitutto imparare ad attraversarla dando sempre la mano alla mamma, al babbo o a un adulto conosciuto incaricato ad accompagnarlo … ad andare insieme davanti “alle strisce pedonali”, quelle “grandi zebre” bianche e nere disegnate per terra, e “aspettare che tutte le macchine siano ferme”.

 

E’ troppo complesso spiegargli di guardare a sinistra e poi a destra, nonché di “accertarsi” che le auto si stiano fermando prima di attraversare sulle strisce pedonali, perché egli, a tre/quattro anni, non è ancora in grado di fare questi due ragionamenti. Potrebbe anche essere altrettanto complicato, sottolineargli di “farsi vedere” bene quando è in procinto di intraprendere un attraversamento pedonale: non può capire che se lui vede gli altri non sempre gli altri possono vedere lui. E’ noto a tutti, infatti, che un bambino di questa età, quando si mette una mano sugli occhi pensa di non essere visto da nessuno, perché lui, in seguito a quella sua stessa azione, non vede gli altri!

 

Il bambino piccolo non vede il mondo come lo vediamo noi adulti anche perché il suo campo visivo gli permette di vedere solo davanti a sé. Come gli psicologi dello sviluppo insegnano, egli non è in grado di riconoscere il movimento come un adulto e non sa valutare distanze, velocità, tempi (il tempo è quello della sua emozione, ovvero psichico) fino ai sei/sette anni. Ancora, lo stesso confonde l’altezza con la lunghezza, non distingue la provenienza dei suoni ed è molto distratto dai rumori ed, in particolare, da quelli che più lo attraggono, e tanto altro…

 

Quanto evidenziato non deve portare ad escludere questa categoria di utenti della strada dai processi di educazione al traffico e alla condivisione di questo ambiente con gli altri individui e le cose che lo costituiscono. I bambini sono infatti molto attratti dal “mondo della strada”, hanno voglia di muoversi in esso e sono molto curiosi (curiosità epistemica): quindi predisposti ad imparare. L’importante è che il formatore lo presenti, tenendo conto delle possibilità di comprensione del bambino: se poi l’educatore indossa una divisa e, quando entra in aula, sa porsi in modo “giocoso”, la lezione sarà, anche più affascinante!

 

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