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Positivo all’alcoltest, gli tolgono la patente. Poliziotto si uccide

Ai vigili aveva detto: «Se lo fate mi sparo»

Una giornata qualunque. Un poliziotto fuori servizio s’incontra con un paio amici, per una serata di svago. Un aperitivo, i soliti discorsi, poi a casa. Alla guida della sua auto, imbocca un controviale, poche decine di metri, non si accorge di essere in contromano. Una pattuglia dei vigili urbani incrocia per caso l’auto e la blocca. La responsabile è una donna.

Solita procedura, patente, libretto. Il poliziotto ha 27 anni e da pochi mesi è in servizio in un commissariato di Torino. Si qualifica, ammette di aver commesso l’infrazione ma – anche se in casi come questo non è obbligatorio – il vigile gli impone l’esame dell’etilometro. Il responso non lascia dubbi: 1, cioè lo 0.5 in più dei limite consentito. I vigili gli sequestrano la patente. Lui è disperato, teme conseguenze disciplinari. I testimoni raccontano che letteralmente implora i vigili di non togliergli la patente. E poi avrebbe (sono ancora in corso accertamenti) detto una frase inquietante: «Se procedete, mi uccido». I vigili, a questo punto, con l’esame dell’etilometro già acquisito non possono far altro che procedere. Il poliziotto, figlio di un agente in pensione, è in preda allo sconforto, tanto che questa parola compare persino nella relazione dei vigili urbani.

Che avrebbero cercato di tranquillizzarlo, in merito alle conseguenze dell’infrazione. Il poliziotto torna in commissariato, informa immediatamente i superiori, che – a loro volta – tentano di riportare l’episodio a un fatto antipatico, sì, ma niente che possa pregiudicare la carriera del giovane poliziotto, dal brillante stato di servizio. Anche i colleghi di una sigla sindacale lo confortano, gli confermano che, dalla vicenda, ne uscirà senza danni. Certo, ci sarà un intervento della «disciplina», un atto dovuto (visto l’episodio tutt’altro che grave, alla fine aveva bevuto solo un aperitivo, non era in stato di ubriachezza) e per un mese niente auto di servizio. L’indomani, di nuovo in commissariato. Una mattinata tranquilla, appare calmo e sereno. Ma a un certo punto scatta qualcosa di indefinibile. Invia un Sms ai familiari, che non abitano in Piemonte, in cui annuncia il proposito di «farla finita».

Subito. Pochi minuti, in un ufficio del commissariato, si spara un colpo in testa. Morto sul colpo. I colleghi restano sotto choc e impietriti dal dolore. L’operato dei vigili urbani viene giudicato, nel contesto di una nota sindacale del Siulp, troppo «severo e intransigente». Per i vertici della questura, quella multa (con la relativa sospensione della patente) potrebbe essere stato solo l’elemento scatenante di uno stato di disagio provocato da altri fattori, non noti a nessuno. Il comportamento dei vigili viene dunque considerato corretto. Ineccepibile.

Ma alcuni agenti, che conoscono ogni aspetto di una vicenda davvero tragica e per certi versi assurda, non sono affatto convinti: «Quando un poliziotto, che sai armato di pistola, anche se non ha formalmente ragione, ti dice che intende “uccidersi”, chi opera deve da una parte egualmente procedere nel rilevare l’infrazione ma dall’altra agire per tutelarne la sicurezza, avvertendo il 118 e la centrale della questura. Se questo protocollo fosse stato seguito, in base soprattutto al buon senso, forse il nostro collega sarebbe ancora tra noi. Speriamo che l’inchiesta faccia luce sulle responsabilità, ammesso che ci siano». 

Fonte: www3.lastampa.it

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