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Polizia locale: il futuro non è rosa

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Nei giorni scorsi, non senza un certo compiacimento, si è rilevato come la provincia di Gorizia sia ai vertici della graduatoria in Italia, per il numero di donne elette alla carica di sindaco. Ciò nonostante dai palazzi romani è giunta un’altra notizia che, se da un lato porta un po’ di tranquillità, per le centinaia di donne che, in regione, hanno studiato (e vinto il concorso) per entrare nella polizia locale, dall’altro fosche nubi si addensano all’orizzonte.

 

Perché il futuro non sarà più rosa.
Con sentenza n. 161, infatti, depositata il 6 giugno scorso, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 26, comma 8, della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 29 aprile 2009, n. 9 (Disposizioni in materia di politiche di sicurezza e ordinamento della polizia locale), nel testo modificato dall’art. 10, comma 87, della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia 11 agosto 2011, n. 11. Ma soltanto per il passato.
In altri termini, il divieto al part-time per il personale della polizia locale potrà riguardare i futuri rapporti di lavoro, ma non quelli già in essere, alla data di entrata in vigore della nuova legge.
La Consulta, infatti, ha affermato che la suddetta disposizione “stabilisce l’obbligatoria conversione dei contratti di lavoro a tempo parziale, in precedenza stipulati, in contratti a tempo pieno entro la data del 31 dicembre 2012. In tal modo, però, la norma regionale incide direttamente sulla disciplina di contratti che già esistono. La natura transitoria della disposizione manifesta la sua illegittimità costituzionale, perché essa non regola, per il futuro, la possibilità o il diniego di utilizzazione di una determinata forma contrattuale, ma altera il contenuto di contratti a tempo parziale conclusi in precedenza e già in corso, in tal modo intervenendo nella materia dell’ordinamento civile, riservata alla competenza esclusiva dello Stato.”

 

Questa legge, peraltro, era già passata al vaglio del Giudice delle leggi, su impugnativa del Governo ma non era entrata nel merito della questione relativa al part-time, né allora né in questa occasione. Ciò in quanto “la possibilità (o il divieto) di prestazione di lavoro con contratto a tempo parziale si inserisce in un ambito di scelte di organizzazione amministrativa; ambito che si colloca in un momento antecedente a quello del sorgere del rapporto di lavoro. La norma, quindi, «spiega la sua efficacia nella fase anteriore all’instaurazione del contratto di lavoro e incide in modo diretto sul comportamento delle amministrazioni nell’organizzazione delle proprie risorse umane e solo in via riflessa ed eventualmente sulle posizioni soggettive» (sentenza n. 235 del 2010).

 

Insomma, adesso che la Corte si è pronunciata ed ha dichiarato la legittimità della scelta di inibire il part-time per la Polizia locale, è giunta l’ora per sviluppare alcune considerazioni, confidando che le donne-sindaco, facciano sentire la loro voce all’ANCI o nella Conferenza delle autonomie locali perché sia fatta giustizia alla luce di due fatti: che all’interno degli enti locali, la PL è un ibrido con tutte le conseguenze che la condizione atipica porta di norma con se e che la Polizia locale, come tutto il settore del pubblico impiego – del resto – è caratterizzato dal costante aumento della presenza femminile.
Un dato che non dovrebbe rappresentare alcun elemento degno di rilievo in qualsiasi Paese del Nord Europa e che, invece, va evidenziato perché l’Italia è ancora fanalino di coda, è che in Friuli Venezia Giulia c’è una percentuale di donne al comando nel settore della sicurezza più elevato che altrove. Tra l’altro, una delle 18 prefetture dirette da una donna sulle complessive 110 prefetture nazionali opera proprio a Gorizia, una provincia che, si è già visto, vanta un positivo primato.
E anche se sono solo 6 le donne a comando della Polizia locale nei 218 comuni della regione FVG, gli organici si fanno sempre più rosa, come ben dimostra il caso di Gorizia dove sono 16 le donne sul totale di 37 o il caso eccezionale del Comune di Monfalcone dove le donne sono nettamente in maggioranza essendo ben 22 su un totale di 34.

 

Il part – time
Sono più di dieci anni, ormai, che il part-time ha formato oggetto di intervento normativo in ambito comunitario; dopo l’ accordo quadro sul lavoro a tempo parziale del 6 giugno 1997 concluso dall’UNICE (Unione delle Confederazioni Industriali Europee ) dal CEEP (Centro europeo dell’impresa a partecipazione pubblica ) e dalla CES (Confederazione Europea dei Sindacati) L’articolo 10, comma 7, della legge regionale 29 aprile 2009 n. 9, emanata dalla Regione Friuli Venezia Giulia sulla Polizia locale prevede l’esclusione del part-time per gli appartenenti al corpo della polizia locale, in analogia a quanto già avviene per il personale militare, per quello delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco. E’ evidente che un tale parallelismo non tiene conto di quelle che sono le specificità della Polizia locale rispetto agli altri corpi; inoltre non considera che la presenza delle donne nei comandi prevale ormai di gran lunga in molti comuni della regione, a meno che non sia proprio questo il motivo della disposizione stessa come si potrebbe essere portati a ritenere prendendo atto che nelle realtà di maggiori dimensioni, come è il caso di Trieste e Monfalcone, sono in posizione di part-time rispettivamente un quarto ed un terzo del personale in servizio. Del resto, secondo una recente indagine elaborata dall’Istat, in dieci anni le lavoratrici dipendenti che hanno adottato la formula del part-time sono aumentate di oltre il 70% (contro il 9 dei colleghi maschi), e la loro quota sul totale delle occupate e’ passata dal 20% al 26%. L’incremento si e’ concentrato tra le donne adulte, che si trovano appunto di fronte alla necessità di conciliare il lavoro retribuito con quello familiare. Conciliare il proprio ruolo di donna all’interno della famiglia con quello svolto nel mercato del lavoro è un tema che acquista una rilevanza politica crescente. Da tempo, del resto, la questione dell’equilibrio tra vita privata e vita professionale delle donne è oggetto di particolare attenzione non solo a livello nazionale, ma anche europeo e non è stato, quindi, un caso se il legislatore nazionale l’ha espressamente incentivata.

 

I soggetti esclusi ai sensi dell’art. 1 commi 57 e 58 l. 662/1996
Il comma 57 dispone che “Il rapporto di lavoro a tempo parziale puo’ essere costituito relativamente a tutti i profili professionali appartenenti alle varie qualifiche o livelli dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, ad esclusione del personale militare, di quello delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco.” Mentre il comma 58 dispone tra l’altro che “….. Fatte salve le esclusioni di cui al comma 57, per il restante personale che esercita competenze istituzionali in materia di giustizia, di difesa e di sicurezza dello Stato, di ordine e di sicurezza pubblica, con esclusione del personale di polizia municipale e provinciale, le modalità di costituzione dei rapporti di lavoro a tempo parziale ed i contingenti massimi del personale che può accedervi sono stabiliti con decreto del Ministro competente, di concerto con il Ministro per la funzione pubblica e con il Ministro del tesoro. Peraltro, la Corte costituzionale, con ordinanza n. 164 del 10 maggio 1999, si è pronunciata nel senso che tutte le disposizioni intervenute successivamente alla l. 662/1996 hanno innovato il complessivo quadro di riferimento, tale da rendere necessario un riesame della questione. Ed è su questa linea che il Tar Sardegna, su ricorso della Consigliera regionale di parità della Sardegna Luisa Marilotti, ha obbligato il Comune di Cagliari, che negava il diritto al part-time per i vigili urbani, a ripristinare questo principio nei bandi e nei regolamenti. Analogo risultato è poi stato raggiunto anche per le guardie forestali.
Due regioni a statuto speciale, quindi, Friuli Venezia Giulia e Sardegna che, in un modo o nell’altro hanno posto in primo piano il problema del part-time per la Polizia locale, forti anche della specialità statutaria. Ma in questo caso la regione FVG non si fa onore, perché nega alla donna e quindi alla famiglia la possibilità di scegliere tra benessere economico e benessere sociale.

di Marilisa Bombi

Fonte: bora.la

 

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