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Microspie nella caserma dei vigili urbani

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Microspie per ascoltare i dialoghi dei colleghi in ufficio. Microfoni piccoli, nascosti tra fogli e computer per captare i commenti e le verità nascoste di una comando che appare attraversato da rivoli di veleno. È l’accusa contenuta in un fascicolo aperto dal sostituto procuratore Massimo De Bortoli. A inoltrarlo sarebbero stati alcuni agenti della caserma, dopo aver trovato una sorta di trasmittente e averla attribuita a un collega. Nel mirino è finito G.N., che è stato iscritto nel registro degli indagati anche se la sua effettiva responsabilità è da provare.

 

Tutto nasce alcuni mesi fa, quando all’interno del Corpo, e più precisamente all’interno di uno dei suoi uffici principali, iniziano a crearsi una serie di problemi e dissapori. Nel mirino finisce l’agente che un corvo ancora senza nome accusa di «facile dimestichezza alle armi» e atteggiamento «spregiudicato». La lettera anonima chiama in causa anche la comandante Federica Franzoso. In caserma il clima si fa pesantissimo tanto che l’agente chiede e ottiene di essere trasferito ad altra mansione. Ma non è finita. Negli ultimi giorni di lavoro in via Castello d’Amore viene accusato di aver posizionato delle microspie. Perché? Secondo l’accusa proprio per captare le informazioni e le parole di chi poteva volergli male. Alcuni colleghi trovano un miniregistratore e presentano l’esposto alla Procura che apre il fascicolo.

 

«Microspie?», l’agente accusato di voler intercettare gli altri agenti nega con decisione. Davanti alla denuncia è stato costretto ad affidarsi a un legale, ma è certo che la cosa verrà chiarita in tempi brevissimi. «È un’accusa assurda, inconcepibile», spiega, «Microspie? Sapete di che stiamo parlando? Di un portachiavi, di quelli cinesi, uno di quegli affari che registrano premendo un bottone. Me lo aveva dato un collega, l’avevo dimenticato acceso sulla scrivania dell’ufficio. Qualcuno l’ha trovato e ha pensato di montarne un’accusa contro di me». E ha fatto di più: l’ha trasformato in un caso, occasione per una serie di accuse contro i vertici del settore. Veleni, spiega la dirigenza, spargimento di fango. L’obiettivo? Chiedere la rimozione del comandante e del suo braccio destro Roberto Mazzon; ottenere la sostituzione del primo (con un dirigente che il nuovo sindaco potrebbe pescare tra quanti hanno fatto il recente concorso); lanciare tre nomi per il ruolo di vice: un collega del vigile sotto accusa, l’ex capo dello stesso e un terzo agente.

 

Si attendono ora le conclusioni della Procura che, comunque, sarebbe propensa a ridimensionare le ipotesi di reato.

 

Fonte: tribunatreviso.gelocal.it

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