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Vigili “ignoranti”? I soldi per formarli sono pochi, ma sette Regioni si stanno organizzando

Da una parte i cittadini che protestano per le multe, le leggi che cambiano in continuazione, i sindaci-sceriffi che pressano per schierarli sempre più con funzioni anti-crimine e l’evoluzione delle tecnologie. Dall’altra, sempre meno fondi e tempo per aggiornarsi. I vigili urbani (la polizia locale, per usare la terminologia giuridica attuale) si trovano in mezzo a un guado rischioso. Reso più profondo da uno status incerto (la legge che inquadra la categoria risale al 1986 e da varie legislature ci sono vani tentativi di riforma), da una rosa di materie di competenza molto ampia e dalla dubbia efficacia di alcune parti della formazione tradizionale. Così alcune Regioni si stanno ponendo il problema di formare i vigili in modo nuovo: non solo meno costoso, ma anche più adeguato.

L’iniziativa è partita dalla Regione Piemonte, con l’invito a confrontarsi con le altre sui modelli formativi attuali e i possibili correttivi. Hanno risposto la scuola di formazione interregionale di Emilia-Romagna, Toscana e Liguria (che “serve” anche l’Abruzzo), la Basilicata e il Molise. I dirigenti di queste Regioni ne hanno discusso in profondità a Torino. In attesa che arrivino segnali anche da altri territori.

Spesso la scarsità di risorse impone di rinunciare ai corsi in aula, per evitare i costi legati alle missioni. Ma ci sono dubbi anche sul fatto che certe lezioni, in particolare quelle con testimonianze (che alla lunga risultano anche stereotipate e inadeguate rispetto alla complessità del ruolo attuale del vigile) servano davvero. E si deve pensare anche a come selezionare il personale da formare: meglio concentrarsi sui comandanti, su ufficiali e ispettori oppure sugli agenti?
Nell’incontro di Torino, le prime risposte sono venute da Livio Pinnelli, sociologo e formatore di lunga esperienza con le polizie locali: ufficiali e ispettori spesso fungono da tappi nella catena di comando e i comandanti non hanno abbastanza autorità per rimediare. Dunque, la formazione dovrebbe migliorare anche i comportamenti dei graduati, oltre che le loro cognizioni. In ogni caso, appare superato il modello che consiste nel “passaggio” della “cassetta degli attrezzi” della professione tra anziani e nuovi assunti: spesso chi ha imparato a lavorare nei decenni passati non ha né gli stimoli né le competenze per confrontarsi con i problemi di oggi. Dunque, appare necessario fare formazione ad hoc. Ma come finanziarla? Pinnelli suggerisce le sponsorizzazioni, chiedendo che i soldi finora pagati da vari sponsor per convegni vengano “dirottati” su iniziative formative vere e proprie.

Pinnelli lavora molto con la Regione Piemonte, il cui responsabile della Polizia locale, Stefano Bellezza, ha rimarcato le difficoltà dovute ai tagli e alla difficoltà di trovare esperti sulle materie più “nuove” con cui ora i vigili devono confrontarsi, ma ha rivendicato il tentativo di garantire una formazione efficiente, mentre alcune strutture dei corpi di polizia statali sono rimaste inutilizzate. Finora il Piemonte ha formato 150mila operatori, di cui 75mila neo-assunti, ma ora apre alle altre Regioni perché occorre selezionare le spese e razionalizzare; la condizione posta è che con le altre Regioni s’instauri una collaborazione con pari diritti e doveri, in cui ciascuna “contribuisce alla causa”. Per ora, il Piemonte mette a disposizione la sua esperienza nella formazione a distanza, che ha reso accessibile a 642 comandi su 750: dopo un avvio con molti accessi, c’è stato un calo, seguito da una risalita. Segno che l’iniziativa non è stata ben compresa da tutti e che forse vale la pena approfondirne i motivi per migliorarla. Nonostante ristrettezze e difficoltà, il Piemonte ha avviato percorsi formativi anche su tematiche nuove, come il femminicidio.

Significativa è anche l’esperienza della scuola interregionale, nata nel 2008 a sua volta sulla base di 10 anni di storia della struttura dell’Emilia-Romagna: dopo un inizio rivolto soprattutto ai neo-assunti, ora si stanno uniformando i corsi nelle quattro regioni per le quali la struttura opera, con un uguale numero di ore, una parte residenziale (che necessita di aggiornamenti alla linea Adsl) e stage integrati con ore in aula. La direttrice, Liuba Del Carlo, ha sottolineato che la formazione è sempre più legata all’aggiornamento, che è necessario date le tante novità ma assorbe la maggior parte delle risorse. Ciò comporta il fatto che i corsi sono di solito brevi e non lasciano tempo per offrire ai partecipanti riflessioni più ampie. La formazione a distanza è stata fatta soprattutto per i dirigenti, con risultati finora contrastanti: in Toscana è andata bene, mentre in Emilia-Romagna i partecipanti hanno lamentato l’impossibilità di confrontarsi con gli altri. Segno che la soluzione telematica non può sostituire del tutto quella “fisica”; però si potrebbe pensare di usare la tecnologia anche per i contatti tra i partecipanti.

Per esempio, tramite i social network, che già oggi – come dimostra anche l’esperienza del blog “Strade sicure” del Sole-24 Ore – sono utilizzati per scambiarsi notizie e impressioni tra colleghi di tutta Italia. Peraltro, i social network con la loro informalità sono anche adatti a trasmettere quelle tante notizie e interpretazioni che non vengono formalizzate dagli enti responsabili (in primis i ministeri di Infrastrutture e Interno) ma comunque sono necessarie agli addetti ai lavori e circolano tra gruppi sparsi e ristretti. Anche queste sono cose che vanno diffuse, ma secondo Alberto Ceste, funzionario del settore Polizia locale della Regione Piemonte, non è possibile né opportuno tenerne conto nei percorsi formativi più strutturati.

Il problema dell’inclusione nei circuiti formativi e informativi è sentito soprattutto in zone con molti piccoli centri, che hanno corpi di polizia dagli organici ridottissimi. Qui è in corso la delicata partita dell’aggregazione dei servizi, imposta per legge ai Comuni con meno di 5mila abitanti.

La Basilicata ha molti paesi che si trovano in questa situazione e la Regione è impegnata a controllare che tutti i Comuni si attivino sul fronte della formazione e a coordinarne i contenuti, attraverso un comitato che riunisce i comandanti dei maggiori centri. Il dirigente Autonomie locali della Regione, Pasquale Monea, è soddisfatto dell’attività svolta: la spesa per il 2012 è stata contenuta in 32mila euro e i docenti (ufficiali e sottufficiali) sono stati valutati positivamente dai partecipanti nelle schede da compilare a fine corso. Si è riusciti anche a organizzare seminari con magistrati e accademici.

In Molise, invece, l’attenzione si sta puntando soprattutto sulla comunicazione: neanche un vigile preparato non avrà mai la necessaria autorevolezza se non sa rapportarsi con i cittadini (che poi ormai non di rado sono anche stranieri, anche nei piccoli centri di provincia). Ecco perché la dirigente Enti locali e polizia locale della Regione, Emilia Petrollini, fa partecipare ai corsi uno psicologo e un neurolinguista. In ogni caso, la loro presenza non è imposta dalla Regione, ma solo proposta ai fruitori

Fonte: ilsole24ore.com

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