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Manuale di sopravvivenza alle multe che triplicano

verbale_multa

verbale_multaI cittadini multati, tartassati, ingiustamente spremuti che aspettano la sentenza sui «furbetti del semaforino», quelli che a Segrate taroccavano i tempi di attesa agli incroci, avranno certamente incorniciato la requisitoria del pm Alfredo Robledo contro politici, funzionari e imprenditori uniti in un cartello truffaldino: usare il cittadino come pollo da spennare per arricchimenti personali, «con un’inequivocabile volontà dell’amministrazione comunale di fare cassa». Se non l’hanno fatto possono appuntarsi solo le parole che danno conferma a una sensazione diffusa: fare cassa. Attorno alle multe, doverosamente date a chi infrange le regole, c’è anche l’esempio negativo di uno Stato che «per fare cassa» diventa un nemico: della buona fede, del buon senso, della buona amministrazione.

 

In tempi di fiducia vacillante la questione delle multe non è laterale: indica un rapporto alterato tra istituzioni e cittadini, alimentato da rancori e paradossi burocratici. Pagare due volte una semplice infrazione per il versamento fatto in ritardo, per esempio, fa parte dell’atteggiamento punitivo che da tempo accompagna il rapporto tra automobilisti, vigili e Comuni. Una volta bastavano gli interessi di mora, adesso si va di raddoppio in raddoppio. Oppure: veder triplicato l’importo di una multa per non aver letto quel che sta scritto a caratteri invisibili sul retro di un normale bollettino, e cioè presentarsi al comando per verificare chi ha effettivamente lasciato l’auto in sosta vietata, appare come una pura e semplice vessazione: potrebbe essere corretta, con una formula un po’ meno sleale per il cittadino che comunque ha già pagato la normale contravvenzione.

 

È doveroso fare tutto il possibile per ridurre l’indisciplina sulle strade e sono sempre troppi gli automobilisti che violano le norme. Ma servono anche lealtà e semplificazioni burocratiche per evitare titoli come questo, «Come sopravvivere a un’ingiustizia», fornito da un lettore del Corriere inchiodato dal multavelox a San Vincenzo, provincia di Livorno. Il suo racconto è la spia di un rapporto incrinato che comincia a metà giugno e dura ancora oggi. Riceve una raccomandata. Eccesso di velocità sulla superstrada per San Vincenzo. Può essere, pensa. Da Milano era diretto all’Elba ed era fuori di 3 chilometri rispetto al limite consentito, 110 orari. Il multavelox non perdona: sono 37 euro. È un legalitario e paga subito. Due giorni dopo altra raccomandata, stessa intestazione: corpo di polizia municipale di San Vincenzo. C’è un altro eccesso di velocità: identico tratto, direzione inversa. Sempre 3 chilometri oltre il consentito. Altri 37 euro di multa. Possibile questa precisione millimetrica? Il lettore guarda il foglio ricevuto: è un prestampato, tipo ciclostile. Così s’intigna: sospetta che dietro la procedura adottata dal Comune ci sia un eccesso persecutorio. Non è che questi hanno deciso una mattanza a tavolino? Va sul sito e clicca per trovare la foto che documenta l’infrazione. C’è la sua auto, ma non è indicata la velocità. Possibile? Decide di ricorrere al giudice di pace di Piombino e aspetta la notifica per la convocazione. Un mese dopo, eccola. Deve pagare i 37 euro di multa più altri 8 di bollo. È la legge. E l’udienza? Fissata per fine novembre, alle 9.45. Con quale criterio, si domanda. Vengo da Milano, per essere lì a quell’ora devo partire alle 5 di mattina. In auto, perché non ci sono treni diretti. E i costi di quella che considera un’ingiustizia, carburante, autostrada, spuntino? Se parte il giorno prima c’è anche l’albergo. E la giornata di lavoro persa? Per evitare una multa di 37 euro ne deve spendere almeno 300. Ne vale la pena? Beh, solo un matto può dire di sì. Il cittadino lettore è un po’ matto: ci proverà, consapevole di fare un buco nell’acqua, perché ogni paradosso della burocrazia in Italia diventa un intoccabile tabù.

 

È l’insieme di questi paradossi ad alimentare sfiducia e diffidenza nei cittadini, la slealtà di cui parla il pm Robledo che ha smascherato la truffa del T-red di Segrate, il semaforo tarato per le multe a grappolo che ha portato gli incassi del Comune da 700 mila a 2 milioni e quattrocentomila euro. C’è un famelico assalto dei Comuni alle tasche dell’utente, ma c’è anche un’Italia che si sente inutilmente vessata: non fa il gesto dell’ombrello come Maradona, chiede solo di distinguere tra furbi e legalitari e di non essere riserva di caccia. E i vigili? Le direttive sulle multe sono diventate politiche: loro eseguono. Fanno quel che i superiori dicono di fare. Fare cassa. Se certe multe, triplicate a causa di una scritta che bisogna cercare con la lente, avessero un avviso stampigliato come si fa con le sigarette («Attenzione, rischia pesanti sanzioni») il cittadino sarebbe correttamente avvertito e le sue tasche ne avrebbero un beneficio. Ma i Comuni incasserebbero di meno. Chi governa deve scegliere da che parte stare. Se va avanti a stare dalla parte della cassa, ed è sleale, rischia di perdere il cittadino.

 

Fontewww.corriere.it

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