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La burocrazia complice dei furbetti delle polizze

Sticchi Damiani, presidente dell’Aci: «Stiamo lavorando a un progetto che utilizzerà la tecnologia per scovare tutti gli evasori»

MILANO – L’Aci ha un milione di soci, ma – come dite voi – «è a fianco di tutti gli automobilisti».

«Trentacinque milioni di cittadini italiani».

Appunto, ingegner Sticchi Damiani: rappresentate la popolosa categoria degli automobilisti-bancomat. Carburanti, autostrade, assicurazioni: aumenta tutto, di continuo. Dal 1° gennaio i pedaggi sono rincarati del 3,9%. Ha niente da dire in proposito?

«Il costo dell’auto è sempre meno sostenibile. Uno dei fattori è proprio il pedaggio».

Il ministro Lupi propone lo sconto del 20% per i pendolari che percorrano regolarmente, al massimo, 50 km.

«Condivido. Ma bisogna fare di più, cioè anche rivedere con urgenza il sistema tariffario: ne è convinto lo stesso ministro. Gli aumenti scattano perché sono previsti dalle convenzioni per compensare il calo degli utenti, e alla fine scoraggiano l’uso dell’auto. E’ un circolo vizioso che va spezzato».

Sempre a proposito di mazzate contro gli automobilisti: l’Ania dice che in Italia la RC auto costa in media 231 euro di più che nel resto d’Europa.

«Nell’aprile del 2012 scrissi una lettera all’allora premier Mario Monti denunciando proprio questa assurda differenza. Le cause principali sono le frodi e l’evasione. In giro ci sono quattro milioni di veicoli che viaggiano senza polizza: l’8% del parco circolante. Bisogna fare subito qualcosa».

La vostra proposta?

«Intanto mi lasci osservare che si è perso un altro anno. I 7 gennaio è partito l’Archivio nazionale integrato, che incrocia i dati dell’Archivio nazionale con quelli dell’Ania: oggi si può verificare se le auto sono o no in regola. Ma questo serve per i controlli occasionali, non a scovare tutti gli evasori».

Basterebbe incrociare i dati degli archivi con quelli delle telecamere delle Zt cittadine, delle barriere autostradali, degli Autovelox…

«È il progetto su cui stiamo lavorando».

L’Italia abbonda di archivi: dal vostro Pra (tremila dipendenti, 106 sedi provinciali) alla Motorizzazione. Per identificare l’auto servono ben due documenti: il certificato di proprietà e la carta di circolazione. Eppure le auto fuorilegge, senza polizza, passano inosservate. Tanta burocrazia, poca efficienza: non crede?

«Pra e Motorizzazione non sono la stessa cosa. Il Pra garantisce la proprietà giuridica del veicolo, quello della Motorizzazione è un archivio di dati tecnici e omologativi».

Ma la sovrapposizione esiste, non può negarlo: doppioni di pratiche, documenti, oneri fiscali… I cittadini, di fatto, devono pagare due volte.

«Ripeto: il Pra è necessario ai fini della proprietà. Per fare quello che fa deve avere la sua struttura, il suo personale, la sua piattaforma informatica. Se non lo facesse l’Aci dovrebbe farlo qualcun altro, con una struttura equivalente e altrettanto onerosa».

Come spiega allora che negli ultimi anni si è tentato in tutti i modi, dalle «lenzuolate» ai referendum, di eliminarlo?

«Lo dico con rispetto: la conoscenza del Pra è spesso approssimativa… Comunque non mi sottraggo: è vero, esiste un accavallamento di funzioni, ma su fasce marginali. E su queste noi siamo disposti a intervenire per razionalizzare il servizio. Esempio: ho appena proposto di trasferire all’Aci le attività amministrative che la Motorizzazione dà all’esterno. Noi le faremmo gratis, senza togliere gli emolumenti alla Motorizzazione, senza aprire problemi occupazionali».

È favorevole al documento unico dell’auto?

«Certamente. Noi siamo pronti. Vede, in questi anni abbiamo fatto investimenti pazzeschi. Pensi solo al centinaio di miliardi di lire spesi negli anni Novanta per arrivare a quello che è oggi il Pra. Lo abbiamo fatto perché vogliamo dare un buon servizio agli automobilisti, non certo per conservare la rendita di posizione».

Ma il passaggio di proprietà costa uno sproposito…

«Il costo delle pratiche non è dovuto né al Pra (che incide per il 7%) né alla Motorizzazione. Siamo in linea con i prezzi dell’Europa. Il problema italiano è fiscale, è l’Ipt».

D’accordo. Ma come mai l’Aci, che è così potente, ha lasciato correre? Sicuri di aver sempre fatto abbastanza in difesa dell’automobilista tartassato?

«Guardi, io mi sono insediato il 13 marzo 2012: in aprile abbiamo cominciato a dar battaglia sulla RC Auto e gli evasori; abbiamo fatto lo sciopero della benzina; siamo a tutti i tavoli per ridurre la fiscalità…».

Vuole dare un’impronta battagliera alla sua presidenza?

«La sto interpretando in questo modo perché i tempi lo richiedono. Gli automobilisti sono sotto attacco e bisogna fare scelte forti e limpide. Oltretutto questo approccio è nel mio carattere: sono il primo presidente dell’Aci ingegnere, non avvocato. Sono un uomo pragmatico».

Vi siete impegnati anche nell’Autodromo di Monza.

«È il circuito italiano per eccellenza, il più antico, il più famoso nel mondo. Un santuario della velocità. Ma ci sono dei problemi: la vetustà di una parte degli impianti, la scadenza della convenzione con Ecclestone a fine 2016, certi guai giudiziari… Siamo entrati nel capitale della società con 300mila euro, ma potremmo salire. Ci siamo messi in gioco perché vogliamo proteggere e rilanciare questo grande patrimonio italiano». 

Fonte: motori.corriere.it

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