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“Abbandonare i bimbi si può”. Il giudice crea il “diritto rom”

figli_abbandonati

figli_abbandonatiNel diritto italiano, l’abbandono di minori è il delitto previsto dall’articolo 591 del Codice penale: «Chiunque abbandona una persona minore degli anni quattordici (…) della quale abbia la custodia o debba avere la cura, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Le fattispecie sono aggravate se l’abbandono è stato commesso da genitore, figlio, tutore, coniuge, dall’adottato o dall’adottando». Chiaro come il sole. Così come è chiaro – lo sancisce la Costituzione e c’è scritto in chiare lettere in tutte le aule di tribunale – che la legge è uguale per tutti.

Quasi tutti, parrebbe invece. È il caso di uno zingaro bosniaco di stanza a Bergamo, vedovo e padre di dieci figli di età compresa fra i due e i ventisette anni. Una di questi, Stella, bambina di anni sette, venne notata dai passanti seduta sola soletta sui gradini dell’edificio delle Poste. E poiché era da tempo che se ne stava così, allarmata forse no, ma certamente turbata, qualcuno finì per allertare i vigili urbani. I quali, presa in consegna la bambina, sono andati alla ricerca del genitore, trovando alfine il padre intento a chiedere l’elemosina. Padre ovviamente denunciato – l’articolo 591 lo impone – per, appunto, abbandono di minori.

Denunciato e subito assolto dal Giudice per l’udienza preliminare in quanto «il reato di abbandono di minore non può configurarsi in un semplice e programmaticamente momentaneo lasciare solo un bambino, quando tale circostanza non espone quest’ultimo a nessun pericolo». Non è tanto il «programmaticamente momentaneo» (in italiano, «momentaneo» sta per breve o brevissima durata: qualche ora, mezza giornata è un tempo difficile da ridurre a momento) a incuriosire, quanto la pacifica esclusione dei rischi che avrebbe potuto correre la bambina. Rischi che invece motivano il reato di abbandono, definito proprio «reato di pericolo». Escluso, nel caso in questione, «quando i bambini stessi sono abituati a queste situazioni e conoscono perfettamente lo stile di vita nel quale sono destinati a crescere». Concetto che lo stesso Gup ammette possa sembrare «cinico, se non addirittura venato di razzismo», mentre è «semplicemente realistico».

Che lo sia, non v’è dubbio. Le cronache abbondano di episodi di piccoli zingari, non ancora decenni ma che sanno cavarsela benissimo da soli in programmaticamente momentanee azioni di borseggio, rispondenti al loro stile di vita. Alla loro cultura, direbbe la molto onorevole Laura Boldrini.

Ma viene da chiedersi: lo stile di vita, una certa cultura può rappresentare non una attenuante, quanto addirittura una discolpa? Se così fosse allora la scritta «la legge è uguale per tutti» suonerebbe ironica e il suo rispetto – che è fondamento della tanto vagheggiata integrazione – fortuito. Aggettivo che in uno Stato di diritto suona sinistro.

 

Fonte: www.ilgiornale.it

 

 

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