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Indennità e ordinamenti diversi per Polizia locale e Polizia di Stato

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polizia-localeUna delle richieste sindacali avanzate attualmente dagli addetti alle Polizie locali consiste nell’estensione anche a loro dell’indennità di pubblica sicurezza di cui godono i Corpi di polizia. A questo proposito paiono interessanti alcune precisazioni sia sull’indennità in questione sia sulle diverse caratteristiche di Polizia di Stato e Polizia locale.

L’indennità di pubblica sicurezza e quella di vigilanza

L’indennità di pubblica sicurezza ha radici legislative di difficile cronologia e probabilmente può essere fatta risalire all’indennità concessa ai dipendenti statali appartenenti alle Forze di Polizia dal Rd n. 690 del 1907 e ai militari dell’Arma dei Carabinieri in servizio di pubblica sicurezza dal Rd 19 aprile 1910, n. 880.
Da allora l’istituto ha subito numerose modifiche, tra le quali va ricordata soprattutto la legge 23 dicembre 1970, n. 1054 del 1970 (Norme per il riordinamento della indennità mensile per servizi di istituto dovuta alle forze di polizia ed al personale civile dell’amministrazione penitenziaria).
Agli addetti alle Polizie locali si applica invece l’indennità cosiddetta di vigilanza, che nasce con l’articolo 34 del Dpr n.268 del 1987 (di recepimento dell’accordo dall’accordo sindacale per il triennio 1985-1987 relativo al comparto del personale degli enti locali) e che viene riconosciuta a quanti il Prefetto attribuisca la qualità di agente di pubblica sicurezza ai sensi dell’articolo 5 della legge n.65 del 1986 (Legge-quadro sull’ordinamento della polizia municipale).
Si tratta perciò di indennità la cui origine è profondamente diversa: strettamente legislativa per la prima, frutto di contrattazione collettiva la seconda.

Due differenti ordinamenti

Ciò che maggiormente distingue, sul versante dei rapporti di lavoro, Polizia di Stato e Polizia locale è lo statuto giuridico dei dipendenti.
Per decenni l’apparato della Pubblica Sicurezza è stato uno dei Corpi militari dello Stato e solo con la legge 121 del 1981 di riforma della Polizia di Stato – frutto di molte lotte di democratizzazione della Polizia – è avvenuta la sua “smilitarizzazione”.
A quest’ultima, tuttavia, non è seguito lo stesso processo di contrattualizzazione che ha riguardato in generale il pubblico impiego.
Com’è noto, infatti, lo statuto dei dipendenti pubblici ha subito radicali modifiche nel corso degli ultimi decenni dello scorso secolo: dapprima è stata introdotta una particolare forma di contrattazione collettiva che, pur non sfociando in un vero contratto collettivo, rappresentava comunque il presupposto indispensabile per l’intervento eteronomo (il citato Dpr n. 268 del 1987 ne è appunto un esempio) e poi, a partire dagli anni ’90, la legge ha assoggettato il rapporto di lavoro alle dipendenze da pubbliche amministrazioni alle stesse norme valide per i rapporti di lavoro privato, contrattualizzando i rapporti individuali di lavoro e dando spazio all’autonomia sindacale, che ora sottoscrive veri e propri contratti collettivi (benché i limiti imposti dalle leggi di bilancio finiscano spesso per mortificare la stessa autonomia collettiva).
Tutto questo non è accaduto per la Polizia di Stato che, nonostante la smilitarizzazione, resta in tutto e per tutto assoggettata al precedente statuto normativo ed economico. Infatti, benché in virtù della legge 121 del 1981 i sindacati abbiano fatto il loro ingresso anche tra gli addetti alla polizia di Stato, il rapporto di lavoro dei funzionari resta definibile come rapporto di pubblico impiego e continua ad essere regolato dalla legge anche per quanto riguarda gli aspetti retributivi.
Infatti il Testo unico sul Pubblico Impiego non si applica al personale delle forze di Polizia di Stato (articolo 3, comma 1, Dlgs n. 165 del 2001) che perciò resta assoggettato al precedente regime pubblicistico.

La legittimità costituzionale del trattamento differenziato e la pronuncia della Cassazione

Proprio la mancata attribuzione dell’indennità di pubblica sicurezza agli addetti di Polizia locale è stata oggetto di esame da parte della Corte costituzionale, che con la sentenza n.229 del 1983 ha dichiarato manifestamente infondata la questione.
Secondo la Corte i “corpi ben precisati e individuati” cui spetta l’indennità in questione “hanno il compito precipuo ed essenziale della difesa delle istituzioni democratiche e della tutela dell’ordine pubblico. Si tratta di organismi (taluni dei quali integrati nelle Forze armate e comunque costituiti in corpi armati) organizzati ed attrezzati a quel fine e sottoposti pertanto ad una regolamentazione legislativa la quale tocca tutti gli aspetti essenziali in relazione a tale scopo: organizzazione, reclutamento, addestramento, armamento, stato giuridico (con particolare riguardo agli aspetti disciplinare e penale).”
“Non è dubbio 
– continua la Consulta – che i compiti affidati a quei corpi sono sempre pesanti e gravosi, tali da esporre permanentemente coloro che li svolgono a rischi di vario genere anche in tempi normali, ma che si accrescono in misura notevolissima quando si tratta, come avviene in questi anni, della lotta al terrorismo ed alla delinquenza organizzata, la quale ha richiesto anche l’adozione di altri provvedimenti intesi alla prevenzione ed alla repressione di siffatti fenomeni”.
Invece differente è la posizione dei vigili urbani anche se rivestiti della qualifica di agenti di pubblica sicurezza, in quanto “l’attribuzione di quella qualifica viene fatta singulatim, è sempre revocabile quando mutino le condizioni locali in relazione alle quali la attribuzione viene effettuata e in ogni caso non inserisce costoro in alcuno dei corpi predetti e non comporta per essi la somma di doveri e di oneri propri degli appartenenti ai corpi medesimi“.
La validità delle motivazioni addotte dalla Corte costituzionale nel rigetto dell’eccezione, è stata confermata anche dalla Corte di Cassazione nella recente sentenza n.18669 del 4 settembre 2014, relativa ad una vertenza promossa dall’ispettore di un Corpo di Polizia municipale nei confronti del Comune di appartenenza per il riconoscimento, appunto, dell’indennità di pubblica sicurezza e nella quale si afferma che la pronuncia della Corte costituzionale “mantiene pienamente la sua validità” .

Conclusioni

Ovviamente quanto si è detto non preclude la rivendicazione degli addetti alle Polizie locali tendente ad ottenere il riconoscimento dell’indennità di pubblica sicurezza a loro favore, ma pare opportuno si tenesse in maggior conto il contesto complessivo che qui si è tentato di delineare.
In sostanza, a chi scrive sembrerebbe più adeguata e forse più efficace sindacalmente, una richiesta di maggiore valorizzazione economica (attuata con riferimento ad indennità già previste) delle funzioni di pubblica sicurezza svolte dalla Polizia locale, anziché la pretesa di esportare un’indennità nata e sviluppata in un ambito pubblicistico in un contesto determinato dall’autonomia collettiva.

 

 

Fonte: www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com

 

 

 

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