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La retromarcia sull’omicidio stradale

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omicidio-stradale-fiori-ucciso-uccisaDietrofront sull’omicidio stradale? Dov’è finito l’ergastolo della patente? Niente ritiro a vita, neppure nei casi più gravi, ma soltanto la sospensione (da cinque a dodici anni): così nel testo del disegno di legge sul reato di omicidio stradale e nautico, depositato ieri in commissione Giustizia a Palazzo Madama dal relatore Giuseppe Luigi Cucca (Partito democratico). Dopo essere stata garantita (ai parenti della vittime), minacciata (ai pirati della strada) e promessa (all’opinione pubblica), la sanzione più severa sembra rientrata. Tremila morti e duecentocinquantamila feriti l’anno sulle strade, un terzo riconducibili a alcol e droga, forse non sono abbastanza. Le manifestazioni di marzo in 24 città italiane, nemmeno. Eppure non sembravano esserci dubbi, ascoltando testimonianze come quelle raccolte dalla redazione romana del Corriere della Sera. Come non essere d’accordo, davanti agli striscioni portati dalle associazioni di famigliari delle vittime? «Non sono state uccise dal destino, ma dall’incuria e dall’indifferenza».

Incuria e indifferenza: due parole che, ovviamente, la politica (bipartisan) rifiuta. I motivi dell’inversione sarebbero altri. L’ergastolo della patente – spiega il relatore Cucca, avvocato, sardo di Bosa – è improponibile perché «un simile meccanismo sanzionatorio, per la definitività dei suoi effetti, non appare difendibile sul piano della legittimità costituzionale». Oh, bella: e perché? Secondo quale raffinato principio giuridico deve tornare a guidare chi, ubriaco fradicio o drogato, falcia un bambino sulle strisce pedonali? Non è che, sotto sotto, qualcuno pensa: una bevuta, poi una distrazione, può capitare. Perché mai la punizione deve durare tutta la vita?
Dieci mesi fa, su queste pagine, abbiamo raccontato una sequenza terribile: diversi bambini uccisi sulle strade italiane, nel giro di poche ore. Uno di loro – il più piccolo – si chiamava Gionatan La Sorsa. Non aveva ancora tre anni. È stato falciato una domenica di giugno, sotto gli occhi dei genitori e del fratellino, a Ponte Nuovo (Ravenna), e trascinato per ottanta metri. L’uomo che ha fatto questo, e poi è scappato, si chiama Krasimir Dimitrov e ha 38 anni.

 

Il Corriere di Romagna racconta com’è andata: «Dopo aver passato il pomeriggio al bar, Dimitrov venne accompagnato a casa dagli amici. Non si reggeva in piedi dopo aver bevuto almeno dieci birre e alcuni gin-fizz, ma prese le chiavi della sua auto, una Mercedes Clk intestata alla madre ma di fatto nella sua disponibilità. In quelle condizioni si mise alla guida, falciando il piccolo Gionatan davanti agli occhi dei genitori e del fratello (…) Dimitrov venne rintracciato trenta ore più tardi dagli agenti della squadra di pg della polizia stradale. L’auto, che nel frattempo era stata accuratamente lavata, corrispondeva a quella descritta dai testimoni e ripresa dalle telecamere. Quando le forze dell’ordine bussarono alla sua porta, Dimitrov era nuovamente ubriaco».

In agosto, due mesi dopo il fatto, Krasimir Dimitrov era già ai domiciliari. In dicembre ha patteggiato una pena di 2 anni, 9 mesi e 10 giorni. Il tribunale di Ravenna, nella sentenza, ha parlato di «condotte dal carattere odioso» in un contesto caratterizzato dal «più totale disprezzo per la vittima». Spiega il giudice come si è arrivati al calcolo della pena: 1 anno e 8 mesi per omicidio colposo, 3 mesi e 10 giorni per guida in stato di ebbrezza (aggravata dall’incidente), 10 mesi per fuga. Oggi l’omicida è libero, ha come unico obbligo la firma in caserma. Risarcimenti? Niente da fare. L’investitore era assicurato con una compagnia bulgara, che apparentemente non ha soldi. Deve tornare a guidare, il signor Dimitrov? Alcuni parlamentari italiani pensano che applicargli «l’ergastolo delle patente» sia eccessivo? Invitino in commissione Giustizia al Senato Fabiola Solito, la mamma di Gionatan, e lo spieghino a lei. Certo, al testo della legge sono possibili emendamenti. Il relatore Cucca sostiene che il primo sarà suo: revoca della patente, non semplice sospensione, per chi commette certi reati (in sostanza, sarà necessario rifare l’esame). Altri ricordano che, comunque, con le nuove regole, la sanzione diventerà penale, non amministrativa; e scatterà anche in caso di applicazione della condizionale. D’accordo. Ma la sorpresa, e la preoccupazione, restano.

Il governo sembrava deciso; la politica, per un volta, compatta. «Tra i nostri obiettivi del Patto di Governo fino al 2018, la proposta di una legge per introdurre una nuova fattispecie di reato: il reato di omicidio stradale. Perché la licenza di guida non si può trasformare in licenza di uccidere!». Così ha detto il leader Ncd e ministro dell’Interno, Angelino Alfano, alla direzione nazionale del partito, il 23 febbraio. Lo stesso ministro, al Tg5, il 24 marzo: «È il momento di costruire una fattispecie di reato nuova, che abbia maggiore capacità sanzionatoria e serva da deterrente per indurre chi guida ad avere timore delle sanzioni».
Questo è il punto. Per dissuadere, in molti casi, la legge non può soltanto convincere: deve spaventare. Ecco perché l’omicidio stradale va introdotto e sanzionato adeguatamente: anche con la perdita definitiva della patente. Chi guida ubriaco fradicio, o drogato, deve sapere cosa rischia.
Oggi non è così e, apparentemente, continuerà a non essere così. È vero: altri Paesi europei non arrivano a prevedere «l’ergastolo della patente» (Germania, Regno Unito, Francia). Ma hanno una giustizia efficiente e pene certe. In Italia, nella terra delle leggi impotenti e delle infinite scappatoie, si aprono invece varchi enormi. E dentro quei varchi passano il signor Dimitrov e tanti come lui.
È questo che vogliamo?

 

 

Fonte: www.corriere.it

 

 

 

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