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Zone 30

zona30

zona30Le zone 30 sono state istituite per la prima volta in via sperimentale nel 1983 in Germania, successivamente nel 1990 in Francia. Vengono realizzate in aree urbane residenziali.

Ma quale è lo scopo? E come è nata questa esigenza delle ZONE 30?

L’ADAC (www.adac.de)  un’ istituzione tedesca che assomiglia al nostro ACI italiano, dopo numerose ricerche mediante crash test relative agli investimenti di pedoni da parte delle autovetture (berline) ha dimostrato che l’investimento di un bambino fino ad una velocità di 30 km/h da parte di un’autovettura berlina, causa al bambino lesioni guaribili.

Invece un investimento di un bambino da parte di un’autovettura berlina, ad una velocità superiore ai 30 km/h causa al bambino lesioni permanenti difficilmente curabili (ad esempio spappolamento del fegato, sfondamento della cassa toracica, ecc.).

Quindi i limiti di velocità delle “ZONE 30” non sono un mero fatto estetico ma posteriormente ci sono anni di ricerche e studi sperimentali di carattere ingegneristico ed ergonomico.

Un impatto ai 30 km/h equivale ad una violenza equipollente a cadere dal 1° piano di un edificio. Però una caduta con una forza in verticale ha un impatto sul corpo umano di un certo tipo, mentre un investimento di pedone l’impatto avviene mediante una forza esercitata in orizzontale e spesso non impatta tutto il corpo in modo omogeneo.

Va ricordato che nell’investimento da parte di un’autovettura berlina nei confronti di un bambino, la collisione avviene sul tronco, in quanto il bambino è basso rispetto al veicolo; mentre invece nell’investimento di un pedone adulto, l’impatto avviene in primis sulle gambe. Di conseguenza la stessa forza dell’urto nell’investimento colpisce organi diversi nel pedone adulto e nel pedone bambino, a causa delle rispettive altezze che condizionano la superficie dell’ impatto.

Mentre nell’adulto un urto alle gambe provoca lesioni guaribili, una collisione sul tronco di un bambino colpisce organi vitali, la cassa toracica e il bacino che, danneggiati, implicano una prognosi fortemente pregiudizievole, oltre alla vulnerabilità dovuta alla fragilità stessa del bambino rispetto ad un adulto.

Manuela Bellelli

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