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Stalli di sosta a pagamento – assolvono al requisito dell’articolo 7 comma 6 del codice della strada in quanto sono di per sé fuori dalla carreggiata.

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Cassazione civile, sez. II, 29 LUGLIO 2016, n. 15937

 

RITENUTO IN FATTO

  1. OMISSIS ha chiesto l’annullamento del verbale di accertamento di violazione del codice della strada OOOO deducendo:

1) la nullità della Delibera commissariale 27 giugno 2006, n. 11 che, nell’individuare sul territorio cittadino alcune zone di parcheggio a pagamento (delimitate dalle strisce blu), non aveva al contempo previsto zone di “libero parcheggio” nelle immediate vicinanze del luogo dove l’automobile della ricorrente era stata lasciata in sosta senza la scheda di pagamento;

2) l’assoluta carenza di potere dell’organo accertatore (ausiliario del traffico).

 

Il Giudice di pace di Palermo, con sentenza in data 15 marzo 2010, ha rigettato il ricorso, ritenendo provata, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, l’individuazione di zone di libero parcheggio nelle immediate vicinanze del luogo ove era stata parcheggiata l’auto della omissis e considerando legittimato all’accertamento della violazione l’ausiliario del traffico che vi aveva provveduto.

 

  1. – Il Tribunale di Palermo, con sentenza in data 20 luglio 2012, ha rigettato l’appello della omissis dichiarando inammissibili i profili di illegittimità della Delibera commissariale 27 giugno 2006, n. 11, istitutiva dei parcheggi a pagamento nel Comune di Palermo, prospettati in grado di gravame, in quanto diversi da quelli esplicitati in primo grado; e respingendo il motivo sul difetto di rappresentanza processuale del Sindaco del Comune di Palermo.

 

  1. – Per la cassazione della sentenza del Tribunale la omissis ha proposto ricorso, con atto notificato il 5 marzo 2013, sulla base di due motivi.

 

Il Comune di Palermo vi ha resistito con controricorso.

 

 

Diritto

 

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. – Il primo motivo denuncia violazione ed errata applicazione dell’art. 437 c.p.c..

 

Nonostante il giudizio di appello sia stato introdotto con atto di citazione e sia stato istruito e deciso secondo le norme dettate dal codice di procedura civile in materia di appello davanti al Tribunale ordinario, il giudice del gravame per dichiarare inammissibili i nuovi (rispetto a quelli esplicitati in primo grado) profili di illegittimità della delibera commissariale istitutiva del piano della sosta tariffata a Palermo – avrebbe erroneamente fondato la decisione applicando al caso di cui si controverte un articolo – il 437 c.p.c. – relativo alle impugnazioni in materia di rito del lavoro.

Inoltre, secondo la ricorrente, il Tribunale non avrebbe spiegato quali siano i profili di illegittimità della delibera che la ricorrente avrebbe introdotto per la prima volta in appello.

In ogni caso, la ricorrente non avrebbe introdotto nuovi elementi di contestazione della legittimità della delibera commissariale: i motivi di appello reiterano, pedissequamente, le domande spiegate in primo grado, con le medesime ragioni di fatto e di diritto. Si sarebbe di fronte ad una mera modifica della domanda originaria, resa necessaria al fine di rendere la pretesa più idonea a legittimare la concreta attribuzione del bene materiale originariamente richiesto e, per altro verso, di una domanda implicitamente contenuta in quella con la quale la ricorrente aveva richiesto la nullità del verbale di accertamento. La richiesta di disapplicazione della delibera commissariale non sarebbe altro che un’imprescindibile premessa della pronuncia di nullità del verbale di accertamento.

 

1.1. – Il motivo è infondato.

 

Al di là dell’inesatto riferimento, contenuto nella sentenza impugnata, all’art. 437 c.p.c. (disposizione, questa, ratione temporis inapplicabile, posto che il giudizio di opposizione al verbale di accertamento di violazione del codice della strada, essendo stato instaurato anteriormente all’entrata in vigore del D.Lgs. 10 settembre 2011, n. 150, era soggetto, e si è concretamente svolto secondo il rito ordinario, e non secondo il rito del lavoro); tuttavia la sentenza è immune da errori giuridici, essendo la medesima soluzione – divieto dei nova in appello – ricavabile dall’art. 345 c.p.c..

 

Invero, secondo la giurisprudenza di questa Corte (tra le tante, Sez. 1, 16 aprile 2003, n. 6013), nel giudizio di opposizione a verbale di accertamento di violazione del codice della strada, è inammissibile il motivo di appello con il quale il ricorrente integri le ragioni di annullamento originariamente svolte nel ricorso introduttivo di primo grado, o per la prima volta deduca una ragione di opposizione della quale il ricorso era del tutto privo, in quanto il modello procedimentale introdotto dalla L. n. 689 del 1981 presuppone che tutte le ragioni poste a base dell’istanza demolitoria dell’atto (causa petendi) siano racchiuse nel ricorso introduttivo, senza possibilità di integrare in corso di causa i motivi originariamente addotti.

 

E nella specie risulta che, mentre con l’atto di opposizione dinanzi al Giudice di pace la D.G. ha addotto, a sostegno della richiesta di disapplicazione dell’atto presupposto (delibere del Comune di Palermo in materia di parcheggi a pagamento del centro cittadino), la violazione dell’art. 7 comma 8, C.d.S., (a motivo della mancata predisposizione di adeguate aree di parcheggio non soggette a tariffazione delle immediate vicinanze delle zone blu) nonchè la violazione dell’art. 7 comma 6, C.d.S., (erroneo collocamento delle aree di parcheggio soggette a tariffazione all’interno della carreggiata); con l’atto di appello la D.G. ha lamentato un nuovo e diverso motivo di illegittimità delle delibere, ossia la mancata indicazione delle “valutazioni oggettive” e delle “ragioni” “che hanno portato il Comune ad individuare le singole aree” destinate “alla sosta tariffata”, nonchè dei “criteri utilizzati per commisurare il numero dei parcheggi al fabbisogno effettivo della popolazione e alle esigenze dei residenti”.

Questo ulteriore motivo di illegittimità della delibera non poteva trovare ingresso nel giudizio di gravame: ed esattamente il Tribunale ha richiamato il divieto dei nova in appello per dichiararlo inammissibile.

 

Dove, invece, ha errato il Tribunale a ritenere applicabile il divieto dei nova è con riguardo all’altra ragione di illegittimità dell’atto amministrativo presupposto evocata con l’atto di gravame, consistente nell’avere le dette delibere previsto il pagamento per la sosta delle automobili anche in aree collocate all’interno della carreggiata. Sotto questo profilo, la censura articolata con l’appello è la riproduzione di quanto già dedotto dalla D.G. con il ricorso introduttivo al Giudice di pace, là dove era stato prospettato il collocamento delle aree di parcheggio a tariffazione all’interno della carreggiata, in violazione dell’art. 7 comma 6 C.d.S..

 

Senonché, l’omesso esame di quest’ultima censura da parte del Tribunale non si risolve in una ragione di accoglimento del presente ricorso, e ciò in quanto, essendo la doglianza del privato erronea in punto di diritto, è sufficiente correggere la motivazione della sentenza impugnata. Infatti, secondo la giurisprudenza di questa Corte (Sez. I, 27 dicembre 2013, n. 28663), la mancanza di motivazione su questione di diritto e non di fatto deve ritenersi irrilevante, ai fini della cassazione della sentenza, qualora il giudice del merito sia comunque pervenuto ad un’esatta soluzione del problema giuridico sottoposto al suo esame. In tal caso, la Corte di cassazione, in ragione della funzione nomofilattica ad essa affidata dall’ordinamento, nonchè dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111 comma 2, Cost., ha il potere, in una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 384 c.p.c., di correggere la motivazione anche a fronte di un error in procedendo.

 

E nella specie l’insussistenza della lamentata violazione dell’art. 7 comma 6, C.d.S., deriva dalla circostanza che – come già affermato da questa Corte in una analoga vicenda (Sez. I, 23 aprile 2007, n. 9676) – per il fatto stesso che l’Amministrazione ha destinato alla sosta parte della strada, essa ha escluso, di fatto e di diritto, che i relativi spazi facessero parte della carreggiata, da intendersi ragionevolmente come quella parte della strada destinata alla circolazione dei veicoli, detratte, quindi, le aree destinate alla sosta.

 

  1. – Con il secondo motivo, condizionato all’accoglimento del primo, la ricorrente, denunciando la violazione dell’art. 91 c.p.c., chiede che venga cassata la sentenza d’appello nella parte in cui la condanna al pagamento delle spese.

 

2.1. – Il motivo è privo di autonomia, essendo un nuovo regolamento delle spese dei gradi di merito prospettato soltanto in conseguenza dell’accoglimento del primo motivo di ricorso.

 

  1. – Il ricorso è rigettato.

 

Le spese del giudizio di cassazione, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

 

omissis.

 

 

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso omissis

One thought on “Stalli di sosta a pagamento – assolvono al requisito dell’articolo 7 comma 6 del codice della strada in quanto sono di per sé fuori dalla carreggiata.

  1. Inoltre faccio notare che per la qualifica di pubblico ufficiale non rileva la posizione di dipendente di una pubblica amministrazione, bensì si deve avere riguardo per l’effettiva attività svolta. Anche il meccanico dell’officina autorizzata MCTC mentre ti stampa il tuo bel foglio di collaudo IN NOME E PER CONTO della MCTC è Pubblico Ufficiale, perchè estende il potere certificativo proprio dello Stato, in concessione al privato (c’è una sentenza in tal senso del Tribunale di Bergamo). Poi ricordo che il potere di ACCERTARE..CON POTEVO DI FIRMA AUTORITATIVA non può averlo L’INCARICATO DI PUBBLICO SERVIZIO! Il potere autonomo c’è l’ha solo ed esclusivamente il PUBBLICO UFFICIALE

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