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La traduzione del provvedimento in lingua nota al trasgressore

babele

Di Roberto Pullara 

Capita spesso nelle nostre ormai multietniche città che il trasgressore fermato su strada sia un cittadino non italiano o comunque non in grado di intendere l’italico idioma, ciò che richiede talvolta un supplemento di impegno da parte dell’operatore al fine di mettere costui in grado di comprendere il tipo di violazione commessa (nonché le conseguenze). Parliamo di un accertamento/verbalizzazione che può quindi presentarsi complesso anche a causa della barriera linguistica, delle difficoltà di far capire il tenore della normativa, della necessità di dover talora ricorrere all’ausilio di un interprete.

Accade tuttavia in seguito che, una volta contestata l’infrazione, il soggetto sanzionato decida di rivolgersi ad un legale per impugnare l’accertamento deducendo la mancata traduzione del provvedimento (che, a seconda dei casi, può essere costituito da un verbale di violazione al C.d.S., un verbale di sequestro/fermo amministrativo, da un’ordinanza-ingiunzione di pagamento o di confisca) nella lingua a lui nota, omissione questa che si sarebbe tradotta – a suo dire – nella violazione dei precetti costituzionali di cui all’art. 24 Cost. in tema di diritto di difesa. Lamenta, cioè, di non essere stato messo in grado – al momento della contestazione – di ben intendere il tenore della violazione, di non aver potuto compiutamente esplicare (a causa della mancata conoscenza e/o comprensione della lingua italiana) le proprie ragioni all’agente accertatore e, in definitiva, di aver subito un grave vulnus alle proprie garanzie difensive previste dalla Carta Costituzionale in favore di ogni individuo. In tali opposizioni…

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