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Un’altra tragedia della disperazione ha segnato la Polizia Locale

candela

(di G. Carmagnini)

Nei quasi trenta anni di servizio ho letto molte volte le storie dei colleghi che in un momento hanno deciso di mettere fine a una vita, molto spesso la propria. L’ultima tragedia, quella di San Donato Milanese; dalle cronache abbiamo appreso che l’agente Massimo Schipa ha rivolto l’arma verso il Vicecomandante, Massimo Lussa, uccidendolo con uno sparo al petto, e subito dopo si è ucciso con un colpo alla tempia.

Le ragioni del gesto non sono particolarmente significative, perché la causa scatenante sarebbe un diverbio sulla gestione dei turni, mentre è certo che questi eventi non sono affatto rari, soprattutto se rapportati al microcosmo della Polizia Locale. Qualcuno potrebbe obbiettare che la frequenza degli omicidi, ma soprattutto dei suicidi tra il personale della Polizia Locale è legata alla disponibilità di un arma; ma si confonde il mezzo con le cause, perché non è certo la disponibilità di un’arma da sparo a determinare una persona nella sua volontà di uccidere o uccidersi. I mezzi, come le cause, sono infinite.

Sono trascorsi ormai molti anni, forse una ventina, ma ho ancora ben vivo nella mente il ricordo del collega della Polizia Municipale di Prato che, durante il servizio elettorale si tolse la vita. La notizia raggiunse tutti in un breve giro di radio, anche perché la modalità di ritrovamento del corpo, ormai senza vita, aveva fatto pensare in un primo momento a un omicidio e al tentativo di difesa dell’agente. Dopo una breve ricognizione del luogo si comprese la diversa, quanto incredibile, realtà

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