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Incidente stradale – Il principio dell’affidamento trova un temperamento nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui, purché questo rientri nel limite della prevedibilità

incidente

Corte di Cassazione, Sez. QUARTA PENALE,  Sentenza n.38887  del 04/08/2017

 

RITENUTO IN FATTO

 

  1. Con decisione del 12.04.2016, la Corte di appello di Caltanissetta confermava la sentenza resa dal Tribunale di Caltanissetta, in data 15.10.2015, che aveva condannato DS per il delitto di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla circolazione stradale ai danni di LG. In entrambe le pronunce di merito la dinamica del sinistro veniva pacificamente ricostruita nel senso che l’imputato, alla guida dell’autocarro FIAT Fiorino, tg. 000000 nell’effettuare una manovra di svolta a sinistra per immettersi su uno stradello conducente ad un fondo di sua proprietà, omettendo di dare la precedenza al motociclo BMW, tg. 00000, condotto da LG, occupava la opposta corsia di marcia così cagionando l’impatto tra i due veicoli e il decesso del L.

Così ricostruito l’episodio, i giudici del merito dichiaravano l’imputato colpevole del reato ascrittogli, individuando quale profilo di colpa specifica la violazione dell’art. 145 C.d.S. 2. Avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione Diliberto Salvatore, a mezzo del proprio difensore, deducendo violazione di legge in relazione all’art.41 cod. pen., con riferimento all’accertamento del nesso di causalità tra la condotta dell’imputato e l’evento dannoso. Si rileva che la condotta di guida spericolata del L, che viaggiava ad una velocità molto superiore al limite consentito, in considerazione del suo carattere abnorme ed imprevedibile si sarebbe posta quale fattore causale esclusivo del sinistro.

Si eccepisce, in secondo luogo, vizio di motivazione in riferimento all’art. 125 cod. proc. pen. in quanto la pronuncia impugnata sarebbe priva di apparato argomentativo idoneo a supportare la decisione, limitandosi a recepire la motivazione dei giudici di prima istanza. La difesa osserva, infine, che la Corte di appello non avrebbe valutato integralmente la perizia e le dichiarazioni testimoniali; inoltre, del tutto erroneamente, avrebbe fatto riferimento ad una manovra di inversione di marcia mai attuata del ricorrente.

 

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso è infondato.
  2. In ordine alla causalità della condotta dell’imputato, oggetto del primo motivo di ricorso, la Corte di merito ha confermato il giudizio di responsabilità emesso dalla pronuncia di prima istanza richiamando nel dettaglio la dinamica del sinistro, così come ivi ricostruita, sulla scorta degli elementi desumibili dai rilievi effettuati nell’immediatezza, dalle dichiarazioni dei testimoni escussi, dalle conclusioni espresse dal perito nominato e dai consulenti di parte. Da tali complessivi elementi era emerso che: – il sinistro si era verificato su una strada rettilinea quando, come riferito dai testi x e y, il D aveva effettuato la manovra di svolta a sinistra per immettersi su una strada laterale, impattando con il motoveicolo condotto dal L che sopraggiungeva sulla opposta corsia di marcia; – nonostante vi fossero delle divergenze sulla determinazione della velocità tenuta dai veicoli, le conclusioni del perito erano state nel senso che, avendo l’imputato avvistato la moto in lontananza e trovandosi al momento di inizio della manovra ad una distanza di 112 metri da esso, tale da non consentirgli di valutare correttamente la velocità tenuta dal mezzo che sopraggiungeva e di cui aveva solo una visione frontale e non laterale, ove avesse evitato di intraprendere l’attraversamento della carreggiata l’incidente non si sarebbe verificato. Ne ha dedotto la Corte distrettuale che la responsabilità del sinistro andava causalmente addebitata al D per la sua imprudente condotta di guida, sebbene vi fosse un concorso di colpa della vittima che circolava a velocità non prudenziale in quanto superiore ai 100 km/h. In particolare i giudici del gravame, hanno in primo luogo considerato quanto risultato, in ordine alla dinamica dell’incidente, dalle deposizioni rese dai testi xx e yy, motociclisti che viaggiavano con la persona offesa, ed in particolare dal yy che, seguendo con il suo mezzo quello condotto dal L, aveva anche riferito che era a sua volta riuscito ad evitare l’impatto solo grazie ad un repentino cambio della propria traiettoria. Ha rilevato, inoltre, la Corte che, benché dagli accertamenti tecnici non fosse stato possibile stabilire se il limite di velocità nel tratto di strada interessato dal sinistro fosse di 60 o 90 Km/h era indubbio che il L aveva viaggiato ad una velocità non consentita in quanto superiore ai 100 Km/h.
  3. Ciò premesso, esaminando nello specifico la censura dedotta con i motivi di appello, nella pronuncia impugnata si è correttamente escluso di poter attribuire alla condotta di guida tenuta dalla vittima efficacia interruttiva del nesso causale considerando come tale possa ritenersi solo quella causa del tutto indipendente e totalmente avulsa dal fatto posto in essere dall’agente. Occorre, infatti, rammentare che ai sensi dell’art. 145, comma 2 C.d.S. “quando due veicoli stanno per impegnare una intersezione, ovvero laddove le loro traiettorie stiano comunque per intersecarsi, si ha l’obbligo di dare la precedenza a chi proviene da destra, salvo diversa segnalazione”; pertanto il giudice di merito, con coerente motivazione, ha ritenuto che l’inosservanza dell’obbligo di precedenza da parte del D, sia stata in rapporto di causalità con l’incidente, in quanto con la sua condotta colposa l’imputato ha posto in essere un concreto pericolo di interferenza delle traiettorie con i veicoli sopraggiungenti, degradando l’eventuale alta velocità di questi ultimi a mera concausa dell’evento. Costituisce, infatti, principio acquisito pacificamente alla giurisprudenza di legittimità, e sicuramente applicabile anche nel caso che occupa, quello per cui “in tema di colpa nella circolazione stradale, il conducente tenuto a cedere la precedenza deve astenersi dall’intraprendere una manovra di esito incerto ed attendere il momento più propizio per eseguirla, con la conseguenza che ogni errore di calcolo deve essere posto a suo carico” (Sez. 4, n. 10788 del 10/12/2008, Maiolo, Rv. 243868; Sez. 4, n. 6116 del 02/02/1989, Bandini, Rv. 181116).
  4. E’ stato inoltre respinto l’ulteriore argomento addotto dalla difesa, e riproposto con l’odierno ricorso, per cui il ricorrente avrebbe fatto affidamento nel corretto comportamento di guida che il L avrebbe dovuto tenere, richiamandosi sul punto la costante giurisprudenza di legittimità che sulla specifica tematica ha affermato che in tema di circolazione stradale, il principio dell’affidamento trova un temperamento nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri nel limite della prevedibilità (da ultimo, Sez. 4, n. 5691 del 02/02/2016, Tettamanti, Rv. 265981; Sez. 4, n. 12260 del 9/1/2015, Moccia ed altro, Rv. 263010). Così operando, la pronuncia impugnata ha fatto corretta applicazione dei principi costantemente affermati dalla giurisprudenza di legittimità essendo pacifico che, poiché le norme sulla circolazione stradale impongono severi doveri di prudenza e diligenza proprio per fare fronte a situazioni di pericolo, anche quando siano determinate da altrui comportamenti irresponsabili, la fiducia di un conducente nel fatto che altri si attengano alle prescrizioni del legislatore, se mal riposta, costituisce di per sé condotta negligente. Al fine, infatti, di controbilanciare l’intrinseca pericolosità della specifica attività considerata, la misura della diligenza che si pretende nel campo della circolazione dei veicoli è massima, richiedendosi a ciascun utente una condotta di guida di assoluta prudenza della quale fa parte anche l’obbligo di preoccuparsi delle possibili irregolarità di comportamento di terze persone (Sez. 4, n. 32202 del 15/07/2010, Filippi, Rv. 248354).5. Quanto al secondo motivo di ricorso con cui si eccepisce che la Corte di Appello si sarebbe limitata a recepire la motivazione dei giudici di prime cure, va ricordato che, per giurisprudenza pacifica di questa Corte, in caso di doppia conforme affermazione di responsabilità, deve essere ritenuta pienamente ammissibile la motivazione della sentenza d’appello per relationem a quella della sentenza di primo grado, sempre che le censure formulate contro la decisione impugnata non contengano elementi ed argomenti diversi da quelli già esaminati e disattesi. Il giudice di secondo grado, infatti, nell’effettuare il controllo in ordine alla fondatezza degli elementi su cui si regge la sentenza impugnata, non è chiamato ad un puntuale riesame di quelle questioni riportate nei motivi di gravame, sulle quali si sia già soffermato il primo giudice, con argomentazioni che vengano ritenute esatte e prive di vizi logici, non specificamente e criticamente censurate. In una simile evenienza, infatti, le motivazioni della pronuncia di primo grado e di quella di appello, fondendosi, si integrano a vicenda, confluendo in un risultato organico ed inscindibile al quale occorre in ogni caso fare riferimento per giudicare della congruità della motivazione, tanto più ove i giudici dell’appello abbiano esaminato le censure con criteri omogenei a quelli usati dal giudice di primo grado e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-giuridici della decisione, di guisa che le motivazioni delle sentenze dei due gradi di merito costituiscano una sola entità (Sez. 2, n. 34891 del 16/5/2013, Vecchia, Rv. 256096; Sez. 3, n. 13926 del 1/12/2011, dep. 12.4. 2012, Valerio, Rv. 252615: Sez. 2, n. 1309 del 22/11/1993, dep. 1994, Albergamo ed altri, Rv. 197250).
  5. E’ inoltre inammissibile, in quanto del tutto generica, la ulteriore censura con cui si lamenta la omessa valutazione della perizia e delle dichiarazioni testimoniali. Il ricorso, peraltro, sotto tale profilo, non si confronta in alcun modo con la sentenza impugnata che, nell’attribuire rilievo decisivo, nella determinazione causale dell’evento, alla condotta colposa del ricorrente, che, pur avendo avvistato il motociclista, violando ogni regola di prudenza e la richiamata norma del codice della strada, aveva effettuato una manovra improvvisa di attraversamento della carreggiata, senza dare la precedenza al motoveicolo che sopraggiungeva nel senso di marcia opposto, si è conformato alle risultanze dell’istruttoria svolta. Il giudice di appello, così come quello di prima istanza, ha formulato tale giudizio valutando la ricostruzione della dinamica del sinistro come operata dal perito e tenendo conto di quanto riferito dai testimoni e ha dato conto che, anche considerando la eccessiva velocità tenuta dalla vittima, questa condotta fosse del tutto prevedibile e dunque priva di quei caratteri di eccentricità idonei ad escludere il nesso causale tra il comportamento certamente colposo dell’imputato e l’evento morte. Appare, infine, del tutto incongrua la ulteriore lagnanza relativa al riferimento effettuato nella sentenza gravata alla manovra di inversione di marcia, essendo chiaramente evidente, a prescindere dall’elemento onomastico, che i giudici intendessero espressamente riferirsi all’attraversamento della carreggiata concretamente realizzato dal ricorrente.
  6. Rispetto a tale motivata, logica e coerente pronuncia, il ricorrente chiede una rilettura degli elementi posti a fondamento della decisione e l’adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione del fatto con un procedimento del tutto inammissibile in sede di legittimità. Va ricordato, infatti che il controllo del giudice di legittimità sui vizi della motivazione attiene alla coerenza strutturale della decisione di cui si saggia la oggettiva tenuta sotto il profilo logico argomentativo, restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (Sez. 6, n. 23528 del 06/06/2006, Bonifazi, Rv. 234155; Sez. 1, n. 41738 del 19/10/2011, Longo, Rv. 251516). 8. Al rigetto del ricorso segue la condanna alle spese.

 

P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

 

 

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