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Trasporto di veicoli dismessi – Deve essere considerato “fuori uso”, sia il veicolo di cui il proprietario si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi, sia quello destinato alla demolizione, ufficialmente privo delle targhe di immatricolazione, anche prima della materiale consegna a un centro di raccolta, sia quello che risulti in evidente stato di abbandono, anche se giacente in area privata

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Corte di Cassazione, Sez. TERZA PENALE,  Sentenza n.39066  del 10/08/2017

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza del 24/03/2016, il Tribunale di Mantova dichiarava DA responsabile del reato di cui all’art. 256 d.lvo 152/2006 – per svolgimento di attività di recupero e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi in assenza del prescritto titolo abilitativo – e lo condannava alla pena di euro 10.000,00 con confisca del furgone in sequestro.
  2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione DA, per il tramite del difensore di fiducia, articolando due motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 comma 1, disp. att. cod. proc. pen. Con il primo motivo violazione di legge in relazione all’art. 183 del divo 152/2006, argomentando che, contrariamente a quanto affermato dal giudicante, il materiale trasportato non poteva essere qualificato come rifiuti, perché costituito in parte da bene di proprietà dell’imputato ed in parte da parti di ricambio per auto da commercializzare nel paese di origine dell’imputato.

Con il secondo motivo deduce vizio di motivazione in relazione al trattamento sanzionatorio ed alla non concessione delle circostanze attenuanti generiche e dei benefici di legge, lamentando che sul punto alcuna argomentazione sarebbe stata espressa dal Tribunale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il primo motivo è manifestamente infondato. Il Tribunale, con argomentazioni congrue e logiche e pienamente aderenti alle evidenze probatorie, ha affermato la penale responsabilità dell’imputato ritenendo correttamente la natura di rifiuto del materiale trasportato – pezzi di veicoli fuori uso destinati alla demolizione – in assenza autorizzazione. Va ricordato che in tema di gestione dei rifiuti, deve essere considerato “fuori uso” in base alla disciplina di cui all’art. 3 del D.Lgs. n. 209 del 2003, sia il veicolo di cui il proprietario si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi, sia quello – ipotesi che ricorre nella specie – destinato alla demolizione, ufficialmente privo delle targhe di immatricolazione, anche prima della materiale consegna a un centro di raccolta, sia quello che risulti in evidente stato di abbandono, anche se giacente in area privata (Sez.3 , n.40747 del 02/04/2013, Rv.257283; Sez.3 ,n.22035 del 13/04/2010,Rv.247625). Il ricorrente, peraltro, si limita sostanzialmente a proporre una lettura alternativa del materiale probatorio posto a fondamento della affermazione di responsabilità penale, dilungandosi in considerazioni in punto di fatto, che non possono trovare ingresso nel giudizio di legittimità, non essendo demandato alla Corte di cassazione un riesame critico delle risultanze istruttorie.
  2. Il secondo motivo di ricorso è manifestamente infondato.

2.1. Costituisce principio consolidato che la motivazione in ordine alla determinazione della pena base ( ed alla diminuzione o agli aumenti operati per le eventuali circostanze aggravanti o attenuanti) è necessaria solo quando la pena inflitta sia di gran lunga superiore alla misura media edittale, ipotesi che qui non ricorre essendo stata irrogata una pecuniaria in misura inferiore alla media edittale. Fuori di questo caso anche l’uso di espressioni come “pena congrua”, “pena equa”,- come avvenuto nella specie-, “congrua riduzione”, “congruo aumento” o il richiamo alla gravità del reato o alla capacità a delinquere dell’imputato sono sufficienti a far ritenere che il giudice abbia tenuto presente, sia pure globalmente, i criteri dettati dall’art. 133 c.p. per il corretto esercizio del potere discrezionale conferitogli dalla norma in ordine al “quantum” della pena (Sez.2,n.36245 del 26/06/2009 Rv. 245596; Sez.4, n.21294 del 20/03/2013, Rv.256197).

2.2. Inammissibile è, poi, la censura relativa alla omessa motivazione in relazione al diniego delle circostanze attenuanti generiche e dei benefici di legge. Quanto alla concessione delle circostanze attenuanti generiche, va qui riaffermato il principio che, in caso di diniego, soprattutto dopo la specifica modifica dell’art. 62 bis c.p. operata con il D.L. 23 maggio 2008, n. 2002 convertito con modif. dalla L. 24 luglio 2008, n. 125 che ha sancito essere l’incensuratezza dell’imputato non più idonea da sola a giustificarne la concessione iva ribadito che è assolutamente sufficiente che il giudice si limiti a dar conto, come nel caso in esame, di avere ritenuto l’assenza di elementi o circostanze positive a tale fine. La ragion d’essere della previsione normativa delle circostanze attenuanti generiche è quella di consentire al giudice un adeguamento, in senso più favorevole all’imputato, della sanzione prevista dalla legge, in considerazione di peculiari e non codificabili connotazioni tanto del fatto quanto del soggetto che di esso si è reso responsabile, la meritevolezza di detto adeguamento non può mai essere data per scontata o per presunta, sì da dar luogo all’obbligo, per il giudice, ove questi ritenga invece di escluderla, di giustificarne sotto ogni possibile profilo, l’affermata insussistenza (Sez. 3, n.44071del 25/09/2014, Rv. 260610; sez. 1, n. 29679 del 13.6.2011, Chiofalo ed altri, rv. 219891; sez. 2, n. 2769 del 2.12.2008 dep. 21.1.2009, Rv. 242709; sez. 2, n. 38383 del 10.7.2009, Rv. 245241sez. 6, n. 13048 del 20.6.2000, Rv. 217882).

Quanto alla concessione dei benefici, va ricordato che il giudice non è obbligato a motivarne la mancata concessione né ad esaminare la questione, qualora l’imputato- come nella specie (cfr conclusioni riportate nella sentenza impugnata)- non abbia fatto espressa richiesta di applicazione del beneficio (cfr per l’affermazione del principio in tema di sospensione condizionale della pena, Sez.3, n.23228 del 12/04/2012,Rv.253057; Sez. 6, n.4374 del 28/10/2008, ep.02/02/2009, Rv. 242785. In ogni caso, il Tribunale ha dato atto dell’assenza di elementi favorevoli per la concessione di detti benefici con motivazione stringata ma congrua rispetto alle quale le censure mosse dal ricorrente si profilano generiche e meramente contestative.

  1. Consegue, pertanto, la declaratoria di inammissibilità del ricorso.
  2. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen, non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura, ritenuta equa, indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 2.000,00 ….

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