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GLI EDITORIALI di Emiliano Bezzon

La polizia locale 1

Mi capita sempre più di frequente – l’ultima volta poco fa – di salutare un collega o una collega che lasciano la polizia locale, per andare a lavorare presso agenzie dello Stato. Gettonatissima, ormai da anni, è l’Agenzia delle Dogane, ma ci sono anche migrazioni verso Ministeri.
La cosa in sé non ha ovviamente nulla di riprovevole. Anzi, la mobilità favorisce la flessibilità di impiego e quindi aumenta la qualità della pubblica amministrazione. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, c’è anche da gioire del fatto che tra gli operatori di polizia locale si trovino figure professionali ritenute idonee a operare in funzioni e servizi statali, seppure attraverso una selezione.
Sempre più spesso si assiste anche alla richiesta di essere impiegati in altri ambiti dell’amministrazione locale, anche a pena di un detrimento economico. Il fenomeno non riguarda solo gli apicali, ma tutti i livelli dei corpi di polizia locale.
Per anni si è assistito al più o meno consensuale trasferimento di comandanti ad altri ambiti, come diretta conseguenza di qualche criticità gestionale od operativa. Adesso non è più così.
Non sono tra quelli che pensano che chi entra nei ranghi della polizia locale debba necessariamente andarci in pensione. Ogni storia professionale è a sé stante e come tale va considerata, con il massimo pudore e rispetto, soprattutto senza strumentalizzazioni e speculazioni.
Ciò che interessa, invece, è il fenomeno dell’abbandono, che ha subìto un’accelerazione negli ultimi tempi.
La spiegazione non può essere che sempre più persone si accorgano di indossare un’uniforme che non fa per loro. Mi pare troppo semplicistico.
Credo invece si tratti di una manifestazione del diffuso malessere.
C’è chi lo manifesta protestando e rivendicando, in forma singola o aggregata, facendo o meno ricorso a sindacati e associazioni di categoria.
C’è chi, invece, silenziosamente, decide di rivolgere lo sguardo altrove e dare una svolta alla propria carriera.
Le ragioni del malessere possono essere tante; certamente ognuno può indicarne diverse. Poi sta alla sensibilità e valutazione di ognuno ritenerle fondate e meritevoli di attenzione o meno.
Io credo che al fondo ci sia una ragione che le sintetizza tutte: la polizia locale è in crisi di identità.Basta gettare uno sguardo alla recente decretazione sull’emergenza, per imbattersi in una istituzione – comunque non irrilevante nel panorama nazionale anche dal punto di vista dimensionale – che sembra attraversare “sliding doors”, con funzioni che vengono attribuite e tolte in scioltezza.
E anche quando sono chiaramente normate – o così pare ai più – circolari ministeriali e prefettizie fanno la loro parte in direzione della non chiarezza.
In questo contesto c’è chi si rassegna, chi rimane indifferente, chi si indigna e scalpita, ma c’è anche chi getta la spugna o, meglio, decide di togliere il disturbo. E il sostantivo non è casuale.
La legge di riforma che non arriva mai, nonostante decenni di promesse e lusinghe, non aiuta a tenere alta la motivazione. Meglio sarebbe, a questo punto, metterci una pietra sopra e guardare avanti. Nemmeno il decreto ministeriale sull’armamento viene modificato per legittimare definitivamente e inequivocabilmente i dispositivi di autotutela.
La stretta dipendenza dall’organo politico locale, comunque, è foriera di pressioni ben più marcate rispetto a quelle delle forze di polizia statuali.Da ultimo poi, il movimento socioculturale di avversione generalizzata alle uniformi – che come tutte le generalizzazioni non ha senso alcuno – può essere la goccia che fa traboccare il vaso.
Non è un problema di quattrini e di contratti.È invece un problema di “status”, nel senso di identità chiara e condivisa, all’esterno e all’interno della comunità professionale.
Qualche tempo fa, occupandomi di formazione per le polizie locali a livello regionale, con alcuni colleghi illuminati, avevo avviato un percorso per la creazione della scuola nazionale per ufficiali e comandanti di polizia locale. L’idea era quella di uniformare i programmi delle diverse scuole regionali, arrivando a uno standard formativo condiviso e al reciproco riconoscimento incondizionato.
Non se ne fece nulla.Sono passati anni e da allora è cambiato che diverse scuole regionali di polizia locale, allora molto attive e strutturate, sono state ridimensionate o chiuse.
Questo, di certo, non aiuta a far nascere identità condivisa.
E allora che si può fare?
Le riforme formali spettano al politico nel suo ruolo di legislatore e gestore della cosa pubblica.
Le riforme sostanziali, invece, possono anche partire dal basso.
Due piccole azioni: il confronto con altri corpi e servizi di polizia locale serve per crescere tutti, non per competere. Nel concreto il successo di un collega, un gruppo di lavoro o un intero corpo è un successo per tutta la polizia locale italiana e lo stesso deve valere per le difficoltà: questo si chiama spirito di corpo, troppo spesso invocato a sproposito. Quando un collega bravo lascia la polizia locale il sentimento prevalente deve essere il rammarico per la professionalità persa non la furia competitiva per andare a prendere il suo posto.
Tutto ciò è umano e comprensibile? È umano ma sempre meno accettabile.
Allora il malessere non è sempre solo dovuto ad agenti esterni, a fattori remoti.
Le riforme, anche le più potenti e ben fatte non attecchiscono se non trovano terreno fertile e il malessere organizzativo non lo è. Concentriamoci su questo: ci sarà sempre chi se ne andrà – e magari sarà un bene per sé e per tutti – ma ci saranno sempre meno donne e uomini di qualità che decidono di poter star meglio altrove.
Alla fine, chi sta bene nel suo lavoro, fa star bene anche gli altri, che sono gli utenti ma anche i colleghi. Potrebbe essere un processo di contaminazione virtuosa, ben visibile anche dall’esterno.
Altrimenti sarà sempre più chiaro il depauperamento anche qualitativo.

Buona lettura

 

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La voce del Direttore – Fascicolo 1/2020

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